martedì 28 aprile 2015

I Vendicatori (Avengers fa più figo però).



Prima di parlare di Avengers: Age of Ultron è necessaria una doverosa premessa. 
Il cine-comic è un genere che può destare nello spettatore ogni sorta di reazione. Dal “che cavolata” al “più bello del precedente” passando per “era meglio il primo” e “non c’entra nulla col fumetto”. 
Partiamo quindi dal presupposto che, chi scrive, approccia ogni tanto ai fumetti e, appena può, va al cinema o guarda in home video film TRATTI dai comics. 
Non sono un fanboy o un nerd di quelli duri e puri che fanno la pulce a ogni minima sequenza o dettaglio nella pellicola. Il mio approccio è più rilassato.
Detto questo, il film.
A me è piaciuto con tutti i difetti che un blockbuster di tale portata può portare con sé. Una storia di due ore e mezza in cui si deve condensare:
1) Il ritorno degli avengers sulla scena
2) L'apparizione di Ultron
3) l'entrata in scena di nuovi personaggi
4) L'approfondimento sulla storia dei vecchi avengers
5) Scene di azione
6) etc etc;
deve avere necessariamente dei buchi narrativi dovuti al taglio in fase di montaggio.

A mio parere, la differenza che ho notato rispetto al precedente film riguarda soprattutto la curiosità della "prima volta" della squadra: l'effetto "fomento", con Iron Man che appariva a ritmo di "Shoot to thrill" degli Ac-Dc per fermare Loki, in questo film scompare lasciando il passo al team già in azione per sventare i piani degli acerrimi nemici dell'Hydra.
Anche la profondità dei personaggi sembra tratteggiata meglio e il tono spaccone e caciarone del primo film sembra lasciare il posto ad una maggiore introspezione  dei supereroi.

Stark appare più stronzetto (con tutte le paure che si porta dietro dall'attacco dei Chitauri di New York e che abbiamo visto anche in Iron Man 3).
Lo scienziato rischia di passare da salvatore della patria a incosciente che, per colpa del suo ego spropositato,  convince Banner a creare Ultron senza pensare alle eventuali conseguenze.
Capitan America è al comando dellla squadra e sembra essere a suo agio nel nuovo ruolo dopo Winter Soldier  (uno dei migliori film della Marvel insieme a Guardiani della Galassia a mio modesto parere).
Rimane però il solito Cap sempre troppo buonista e a volte zimbello del gruppo (la scena in cui bacchetta Stark perchè non vuole che si dicano parolacce è decisamente penosa).
Thor, Vedova nera e Occhio di Falco fanno il loro dovere.
Soprattutto con Occhio di Falco il regista ha voluto porre, probabilmente, un accento sul personaggio meno "super" del gruppo. Forse il più normalizzato rispetto agli altri del team.
Hulk rimane l'eroe con più potenziale ma ridotto, purtroppo, al bestione verde che spacca e distrugge senza freni.
I due nuovi arrivati, i gemelli Maximoff, hanno un ruolo importante nella storia anche se si nota subito che Wanda avrà un peso maggiore in questo universo cinematografico.

Una cosa non mi è piaciuta del film: l'umorismo forzato che, a volte, il regista ha inserito all'interno della pellicola per smorzare le scene drammatiche e che rappresenta la cifra stilistica della Marvel.
Personalmente le uniche volte in cui ho davvero sorriso sono state le scene riguardanti il martello di Thor, il Mjollnir.
Le altre mi sono sembrate francamente messe li solo per strizzare l'occhio al pubblico più giovane (Vedova Nera che implora Banner di non trasformarsi in Hulk quando sta sopra il suo seno). Battute che, se le avesse fatte De Sica, staremmo parlando di Natale con i vendicatori.
In conclusione, il giocattolone di Whedon cerca di essere più maturo rispetto al predecessore puntando all'evoluzione dei personaggi  e a loro livellamento in quanto a coinvolgimento narrativo.
Avengers: Age of Ultron avrà uno scontato successo commerciale e raggiungerà cifre da capogiro.
Porterà al terzo episodio, diviso in due parti, già previsto per il 2018 e 2019.
A questo si devono aggiungere le pellicole dei singoli eroi, vecchi e nuovi, che approderanno in sala nei prossimi 3-4 anni.
Unica paura? L'inflazione di storie ad alto rischio di avvitamento su se stesse per raccontare eventi sempre più intricati ma meno belli dal punto di vista creativo.





Mr. Beef
 
 

venerdì 10 aprile 2015

A Natale con i tuoi a Pasqua... con l'orrore!



Salve a tutti amici cinefili appassionati di film terrorizzanti e sanguinolenti! Pasqua è passata e nell'uovo di cioccolato abbiamo trovato tre sorprese "da paura" che abbiamo cercato di giudicare con occhio semicritico e semiserio. Alcune di queste ci hanno deluso mentre altre ci hanno piacevolmente colto di sopresa. I film in questione sono: "Il Clown" (2014) di Jon Watts, "Ouija" (2014) di Stiles White e "The Atticus Institute" (2015) di Chris Sparling.





Ne "Il Clown", il giorno del decimo compleanno di Jack la festa rischia di naufragare perché il pagliaccio chiamato a rallegrare i bambini ha dato forfait.
Kent, il padre del festeggiato, trova un vecchio costume da clown e decide di indossarlo per far felice il figlio. Finiti i festeggiamenti Kent, sfinito, si addormenta con il costume ancora addosso. Il giorno dopo, però, scopre che togliere trucco, parrucca e costume è impossibile: l'uomo, dopo averle provate tutte si rassegna e va a lavoro vestito da clown anche se piano piano comincia a sentire che qualcosa non va bene… Kent inizia a sentire uno strano cambiamento accompagnato da una fame sempre più crescente e incontrollabile. 
Alla ricerca di un modo per liberarsi del costume maledetto, viene a sapere di una terribile leggenda ormai dimenticata. Quello che tutti considerano un personaggio buffo un tempo era il "Cloyne" un demone che viveva fra i ghiacciai e scendeva nei villaggi per divorare un bambino al mese durante l’inverno…  






Non nutrivo grandi aspettative per questo b-movie passato praticamente in sordina nelle nostre sale cinematografiche. L'ho trovato però più che onesto nel suo tentativo di associare il lato pauroso della storia al dramma vissuto da un padre che, in fin dei conti, cerca solamente di rendere felice un figlio. In questo modo si arriva addirittura a empatizzare con il mostro.
Il film parte in sordina in un crescendo di "fame e sangue" ma ha il difetto di non premere troppo sull'acceleratore e questo lascia un po' l'amaro in bocca considerando che alla produzione figura Eli Roth (maestro del genere splatter e creatore della serie Hostel).
Consigliato per una serata tra amici che vogliano terrorizzarsi senza impegno.



Nel passato, Laine e l'amica Debbie si divertivano a giocare con la tavoletta ouija con cui , si dice, si può cercare di comunicare con i morti. 
Da adulta, Debbie decide di bruciare il vecchio gioco nel caminetto di casa e confessa in seguito alla sua amica di aver utilizzato di nuovo la tavoletta dopo tanto tempo. Tornata una sera a casa Debbie si ritrova l'ouija in ottime condizioni in camera da letto e si impicca.
Alla veglia funebre a casa dell'amica, Laine trova la tavoletta, ricorda i vecchi giochi d'infanzia e pensa di usarla, assieme ai suoi amici, per contattare l'amica morta. Pessima idea...
Questa la storia dietro "Ouija" film che, a parer mio, ha poco da aggiungere al genere horror se non quello di far vendere il gioco (la tavola è commercializzata dalla Hasbro!!).
Attrici giovani con bel faccino che combattono presenze maligne senza colpo ferire e senza perdere mai il trucco perfetto anche quando si vedono sparire gli amici portati via da oscure presenze... mah!
Una trama forzata che si denota già quando la protagonista si prende l'impegno di sorvegliare la casa dell'amica defunta perché i genitori di Debbie, provati, se ne staranno via per un po' (ma dai? Casa infestata libera dagli adulti?). Ma anche la sua stereotipata  situazione familiare: la mamma non c'è più, il papà è spesso via per affari e la sorella minore Sarah è piuttosto scapestrata. Insomma un cliché dopo l'altro.

Comunicare con i morti esercita da sempre un fascino irresistibile su cui il genere horror ha spesso trovato terreno fertile ma in questo caso non basta. Effetti speciali di routine e trovate registiche blande non bastano a sorprendere lo spettarore più scafato.
Consiglio di vederlo solo se state in astinenza da film "di paura" (qui è davvero poca). Potete tranquillamente chattare al telefono con gli amici durante la visione, non vi perderete un granché della storia.



Ultima pellicola che vi proponiamo è "The Atticus Institute".
A metà degli anni ’70 in un piccolo laboratorio di psicologia dell’Università della Pennsylvania si effettuano esperimenti con persone dotate di facoltà paranormali.
I risultati purtroppo sono piuttosto deludenti finché non si imbattono in una donna i cui poteri sembrano essere da subito straordinari…
Attraverso la tecnica del falso documentario (mockumentary) che si basa sui resti di pellicole ritrovate (found footage) questo film indipendente è una piacevole sopresa non perchè rappresenti una novità nel genere bensì per il fatto che da un'opera per nulla reclamizzata esca un prodotto a basso costo con una buona storia che angoscia più che fare paura.
La crescente sensazione che qualcosa di brutto stia per accadere rimane per tutto l'arco narrativo e senza che vi siano particolari effetti speciali.
La fotografia, con gli ambienti claustrofobici del laboratorio e le luci al neon, trasmette perfettamente la sensazione di tensione.
Brava la protagonista Rya Kihlstedt nell'interpretare la paziente con facoltà paranormali.
Credo di non sbagliare affermando che dopo "The Conjuring" e "Sinister" questo è il film che più mi ha colpito nell'ambito del genere horror.
Intendiamoci, non è un'opera destinata a diventare un cult ma rimane comunque un buon prodotto, svincolato dalle grandi case di produzione, nel panorama sempre più affollato di pellicole piene di possessioni e spiriti maligni pronte a sbucare dietro ad ogni angolo.




Consigliatissimo per una serata (anche tra amici) in cui si voglia provare una discreta dose di tensione accompagnata da brividi sparsi qua e la...




MR. BEEF
  




 

 






lunedì 23 marzo 2015

Birdman secondo Mr. Kite


Breve candela, spegniti!
La vita è solo un’ombra che cammina,
un povero attorello che si pavoneggia,
che si dimena sopra un palcoscenico
per il tempo assegnato alla sua parte,
e poi di lui nessuno udrà più nulla:
è un racconto narrato da un idiota,
pieno di grida, strepiti, furori,
del tutto privi di significato!
 

Macbeth (atto V, scena 5)
 
 
Sono dunque i versi di Shakespeare, pronunciati da un ubriaco in una scena del film, ad esprimere il senso di “Birdman o (l'Imprevedibile Virtù dell'Ignoranza)”, ultima, acclamatissima opera di Alejandro González Iñárritu fresco vincitore di 4 Oscar (Miglior Film, Miglior Regia, Miglior Sceneggiatura Originale, Miglior Fotografia) : un film che sembrare navigare sul parallelismo recitazione – vita, dove l’allestimento dello pièce teatrale voluta da Riggan Thomson - e tutte le storie che vi ruotano intorno - diventano metafora della vita dell’uomo.

Il protagonista del film, Riggan Thomson – magistralmente interpretato da Michael Keaton –  è un attore di mezz’età un tempo famoso per alcuni vecchi film di successo in cui interpretava il supereroe mascherato Birdman; giunto nella fase discendente della sua carriera, Riggan cerca ancora conferme e pertanto intende portare in scena un adattamento teatrale del racconto di Raymond Carver “Di cosa parliamo quando parliamo d’amore” alla ricerca del riconoscimento delle sue capacità da parte della critica. Nel film sono narrate le vicissitudini, a tratti divertenti e a tratti drammatiche, che accadono durante le prove dello spettacolo, le discussioni e le liti tra gli attori in cerca delle luci della ribalta, tutti un po’ “prime donne”, le crisi e i capricci delle “star”, i commenti caustici e le invidie tra colleghi, il timore e l’ansia per una recensione negativa, le difficili situazioni famigliari tra Riggan, l’ex-moglie che forse lo ama ancora e la figlia ribelle e un po’ tossica con cui egli ha un rapporto conflittuale.


Si è detto e scritto molto su questo film e in primo luogo che sia “meta-cinema” ossia cinema sul cinema, motivo per cui, a detta di alcuni, Birdman è tanto piaciuto ai giurati dell’Academy of Motion Picture Arts and Sciences. Questa lettura è sicuramente possibile e, anzi, confortata anche dal non causale parallelismo tra Riggan Thomson\Birdman e Michael Keaton\Batman : quest’ultimo, come il primo nella sceneggiatura di Birdman, dopo il successo commerciale raggiunto con i due film di Batman si avviava ad un dorato declino, non ottenendo ruoli importanti in film più culturalmente impegnati.


Sotto altro profilo, Birdman proietta una luce ironica sul cinema holywoodiano fatto di supereroi ed effetti speciali, su quegli attori che sembrano poi confondersi con il ruolo interpretato sul set, assumendone caratteristiche e peculiarità, sugli stessi “metodi” teatrali secondo  cui per interpretare un ruolo bisogna viverlo…. a costo di quasi stuprare la collega per recitare anzi “vivere” realmente sul palco la situazione di intimità tra i due amanti (come fa un esilarante Edward Norton con un evidente arrapamento!).
Di particolare interesse è l’utilizzo del (finto) “piano sequenza” fatto da Iñárritu : questa tecnica di ripresa segna il passaggio costante dalla narrazione oggettiva della realtà fattuale – così come percepita da Riggan tramite i sensi - alla narrazione soggettiva dei fatti così come vissuti interiormente dal protagonista. La regia sembra quindi farsi gioco dello spettatore alternando il racconto delle vicende narrate, al rapporto interiore tra Birdman e Riggan – in verità dialettica psicologica come tra l’Io e il Super-Io  - e ai super-poteri di Riggan-Birdman; così ad esempio, vediamo Riggan lanciarsi dal cornicione del palazzo e arrivare volando all’entrata del teatro salvo, subito dopo, veder il tassista inferocito correre dentro il teatro per riscuotere da Riggan la tariffa della corsa!


Insomma, in un complesso gioco psicologico, il piano sequenza permette alla narrazione delle vicende di assumere la valenza di lungo “flusso di coscienza” del protagonista in cui le rappresentazioni del mondo, oggettiva e soggettiva, si intersecano e si sovrappongono continuamente senza soluzione di continuità.


Mr. Kite



 

venerdì 20 febbraio 2015

Uomini contro.

San Valentino è da poco passato ma, rimanendo in tema di amore per il cinema, voglio parlare di tre film (dico tre!) che mi hanno riconciliato verso quel mondo che ultimamente mi sta dando molte delusioni.
Sto parlando di tre pellicole viste, due fresche di cinema e una di home video, che ho trovato straordinarie nella loro semplicità narrativa.
Film dalla trama robusta capaci di colpire direttamente lo spettatore senza l'utilizzo di effetti speciali o  scenografie sbalorditive. 
Racconti di uomini dalla forte personalità accompagnati, però, da una conflittualità interna tale da renderli umani e assai vicini allo spettatore.

Sto parlando di St. Vincent di Theodore Melfi, The Imitation Game di Morten Tyldum e The Judge di David Dobkin.


















St. Vincent narra la storia di Vincent (Bill Murray) uomo scorbutico col vizio della bottiglia e delle scommesse ai cavalli. Ha una relazione con Daka (Naomi Watts), prostituta russa incinta, con cui intrattiene una relazione economico-affettiva.
Quando incontra Maggie (Melissa McCarthy), separata e in affanno col lavoro, quest'ultima gli chiede di fare il babysitter di Oliver (Jaeden Lieberher). Convinto dal compenso, Vincent accetta di dedicarsi al ragazzo, a cui rivelerà suo malgrado il suo grande cuore. 
Dietro il cinismo di Vincent si nasconde un'amara verità: da molti anni ormai si prende cura della moglie, colpita da demenza senile, con lo stesso amore di sempre. Quando Oliver sarà chiamato dal suo insegnante a raccontare la storia di una persona conosciuta e in odore di santità, il ragazzo sceglierà proprio Vincent...

Una commedia semplice, deliziosa e mai fuori dagli schemi.
Mi ha ricordato Little Miss Sunshine per quella capacità di farti amare i personaggi e la storia senza troppi fronzoli.
Bill Murray "mangia" la scena e lascia davvero poco spazio agli altri. E' una figura ingombrante ma mai sopra le righe.
Il film, per l'attore, è una perla che va ad inserirsi in una consolidata carriera cinematografica fatta di ottime pellicole d'autore.
Menzione speciale per la McCarthy libera di esprimersi fuori dal solito cliché comico demenziale.

Voto film 7
Voto Bill Murray 8



In The Imitazion Game, la pellicola apre con Alan Turing (Benedict Cumberbatch), brillante matematico ed esperto di crittografia, interrogato nella Manchester degli anni '50 dall'agente di polizia che lo ha arrestato per atti osceni. Turing inizia a raccontare la sua storia partendo dall'episodio chiave della sua vita avvenuto durante la Seconda Guerra Mondiale, in cui fu affidato a lui e ad un piccolo gruppo di cervelloni, fra cui un campione di scacchi (Matthew Goode) e un'esperta di enigmistica (Keira Knightley), il compito di decrittare il codice Enigma, macchina ideata dai Nazisti per comunicare , in forma segreta, le loro operazioni militari. È il primo di una serie di flashback che scandaglieranno la vita dello scienziato morto suicida a 41 anni e considerato oggi uno dei padri dell'informatica in quanto ideatore di una macchina progenitrice del computer.

Una sola parola per descrivere questo film: seducente.
Benedict Cumberbatch, con questo film, ha tutte le carte per consacrarsi a star di Hollywood.
La sua asciutta capacità recitativa su un viso essenziale lo rendono perfetto per il ruolo.
Non era facile portare sullo schermo un personaggio controverso come Turing, genio omosessuale emarginato dall'Inghilterra post bellica. 

Questa pellicola dimostra che, quando si hanno a disposizione bravi sceneggiatori, anche un genere ampiamente sfruttato come quello della spy story (il gruppo di geni incaricato dal governo per un incarico top secret) può rivelarsi appassionante e capace di tenere viva l'attenzione fino all'ultimo fotogramma.



Un film che mette in scena, soprattutto, il dramma di una persona vittima innocente della propria natura e della propria intelligenza. 

voto film 8
voto Benedict Cumberbatch 9



In The Judge, Hank Palmer (Robert Downey Jr.) è un cinico avvocato civilista specializzato nella difesa dei peggiori lestofanti di Chigago. Ha lasciato la nativa Carlinville, piccolo paesello dell'Indiana, trascurando ogni contatto con la famiglia di origine, ad eccezione di sua madre.
Durante una causa in tribunale riceve una telefonata che gli annuncia proprio la sua morte. Hank dovrà, così, fare ritorno al suo paese di origine e confrontarsi con il suo più acerrimo nemico: suo padre Joseph (Robert Duvall), giudice della contea, uomo integerrimo e di grande severità, che non ha mai approvato il carattere ribelle del figlio. Sarà una partita difficile giocata su due fronti, in famiglia e in tribunale, dove saranno costretti, loro malgrado, a scontrarsi anche violentemente.



The Judge è una dura storia d'amore. 
L'amore tradito tra un padre severo e un figlio desideroso di attenzioni mai ricevute ma anche l'amore infranto di Hank verso quelle origini lontane anni luce dalla realtà quotidiana.
Un film, anche qui, con una trama semplice ma efficace, con dialoghi intensi interpretati in maniera magistrale dai due protagonisti.
Duvall e Downey Jr. si calano perfettamente nella parte di due uomini di generazioni differenti pronti a far scintille ogni qualvolta entrano in collisione.


Voto film 8
Voto Duvall - Downey Jr. 10




Mr. Beef








 

mercoledì 18 febbraio 2015

Turner: il talento di Mike Leigh splende ancora.


Appena uscito nei cinema di Roma, Turner (o Mr. Turner nell’originale titolo inglese) è l’ultimo film di Mike Leigh, autore di pellicole di culto come Segreti e bugie, Il segreto di Vera Drake e Another year


Presentato in concorso al Festival di Cannes 2014, Turner è la biopic della vita del pittore inglese Joseph Mallord William Turner, chiamato “il maestro della luce” e vissuto a Londra tra il 1775 e il 1851. 
Mike Leigh ci racconta dell’ultimo periodo della vita di W. Turner - interpretato da un eccezionale Timothy Spall - durante il quale il pittore, ormai anziano e all’apice della fama artistica e del successo commerciale, noto per la luce infusa nei suoi quadri, riesce a reinventare la pittura. In pieno romanticismo, mentre i pittori dell’accademia riscoprivano l’arte classica, Turner va oltre e comincia a dipingere in modo rivoluzionario i suoi paesaggi, tramonti, il mare in tempesta, il naufragio di una nave, cercando di rendere le impressioni che nascono dalle percezioni che l’artista ha della realtà: per capire cosa è una nevicata, cosa è una tempesta, narra la leggenda riproposta nel film, Turner arriva a farsi legare all’albero maestro di una nave durante una tempesta, rischiando la polmonite!
E sbeffeggiato e dileggiato dall’accademia, Turner diventa così un precursore dell’impressionismo e dell’arte astratta.


Si dice che Timothy Spall abbia tanto intensamente lavorato sul personaggio di Turner, da frequentare, addirittura per due anni, un corso di pittura allo scopo di poter rendere visivamente il modo di dipingere del grande pittore, l’uso del pennello e del carboncino e le sue teatrali e intense pennellate. Grazie all’espressività di un Timothy Spall in stato di grazia sono poi evidenziate nel film tutte le sfaccettature e le contradizioni del difficile carattere di Turner. Burbero e brusco, chiuso e di poche parole (anzi, grugniti e rumori gutturali) ma al contempo capace di allegria e ironia, Turner viene descritto nella sua nobiltà d'animo insieme con la sua vitale e animalesca carnalità. Così, Turner viene presentato disinteressato e cinico (ad esempio nei confronti della moglie – da cui è separato – e delle figlie, tanto da non andare alle esequie quando una di esse muore) ma in grado, poi, di commuoversi al solo pensiero delle umiliazioni e violenze subite da una giovane prostituta, da lui ritratta appena ventenne nel bordello. Da un lato, il Nostro è disposto a soddisfare il proprio istinto sessuale con la serva, per il resto disprezzata e ignorata seppur essa nutra per lui una totale devozione. Dall'altro egli è allo stesso tempo dotato di grande emotività e ricco di profondi sentimenti e sensibilità che lo faranno innamorare della signora Booth, affittacamere in una cittadina sul mare, che egli paragonerà ad Afrodite "dea dell'amore".  Con essa Turner andrà a vivere – senza sposarla - fino al giorno della morte.
Una grande interpretazione di Timothy Spall – non a caso, vincitore del premio per la migliore interpretazione maschile al Festival di Cannes – la rappresentazione di uno spaccato della società inglese tra Illuminismo e Romanticismo, insieme ad una spettacolare fotografia (il film è candidato agli Oscar per i premi tecnici: fotografia, costumi, scenografia, colonna sonora), rendono questo film tra i più belli e intensi attualmente in programmazione.




Assolutamente da vedere (possibilmente non tardi per via della lunghezza, 2 ore e mezza!) soprattutto se siete amanti dell’arte e della pittura!


Being for the benefit of Mr.Kite

lunedì 2 febbraio 2015

Rave Tape, i Mogwai non sbagliano un colpo!

 Beh, dopo la mia recensione su “Les Revenants”, colonna sonora dei Mogwai dell'omonima serie televisiva, non avrei mai pensato di ritornare a scrivere su questa band scozzese ma l’ascolto a nastro di “Rave Tape” mi ha persuaso del contrario.


È davvero un gran bel disco e per questo ho deciso di scrivere questa sintetica recensione!
I nostri scozzesi, proseguendo il lavoro iniziato nel precedente, bellissimo, “Les Revenants”, si affidano al sinth per creare sonorità elettroniche, atmosfere talvolta dreamy, talvolta cupe, pur senza abbandonare le distorsioni acide e i potenti riff delle chitarre e senza rinunciare alla melodia. “Rave Tape” non si distacca dallo stile dei precedenti album e rappresenta un altro tassello nell’evoluzione musicale di un gruppo attivo da ben 17 anni.



 
Numerosi sono, infatti, i richiami musicali alla precedente produzione : così le sonorità elettroniche e le atmosfere oniriche di Heard about you last night richiamano "Earth Division"; altri brani, come Simon Ferocius (in cui al breve incipit elettronico si contrappongono gli effetti distorti delle chitarre) Remurdered e Master Card (caratterizzate da chitarre potenti, distorsioni e toni cupi e ripetitivi), richiamano esplicitamente le atmosfere angoscianti di Batcat (in The Hawk is Howling”); Hexon Bogon invece ha la densità e l’intensità di alcuni brani di “Mr. Beast”. 

 
Si distingue tra tutte Repelish in cui viene recuperata in modo innovativo la formula canzone in cui il parlato – in stile quasi trip hop – e le tonalità cupe della musica richiamano qualche lavoro dei Tv On The Radio e dei The Bees; nel testo della canzone si presentano riferimenti ironici ai sostenitori della teoria del messaggio satanico contenuto nella canzone dei Led ZeppelinStairway to Heaven”. Molto interessante è Deesh brano dai suoni acidi e cupi che accolgono e accompagnano l’ascoltatore in un crescendo di ansia in un fitto texture musicale.
Secondo brano dell’album in cui compare la canzone è Blues hour: il titolo significa “ora triste” e del resto tristezza e malinconia promanano da queste note dolci, struggenti e melodiche e dalle parole del testo ( “….We'll leave this world\ Just as we found it,\ We'll leave this place alone…” ) che sembrano citare Cody, brano presente in “Come On Die Young”. 



Gli ultimi brani sono particolarmente cupi: in No medicine for regret i Mogwai ci stupiscono con le tonalità dell’organo da chiesa, richiamando la musica sacra; The lord is out of control, brano che chiude l’album, è davvero denso ed esprime qualcosa di funereo come un requiem per la morte di qualcuno.




Being for the Benefit of Mr. Kite