lunedì 22 dicembre 2014

The Flaming Lips : The Terror

 …. una recensione su "The Terror", un album dei The Flaming Lips pubblicato nel lontano Aprile 2013?
E chi sarebbero,poi, questi The Flaming Lips (TFL)?
 
Immagino i vostri dubbi…. la risposta è una sola: i The Flaming Lips sono i più grandi di tutti ( come direbbe un caro amico, fine intenditore di musica con cui andai a vedere uno spaziale concerto dei TFL a Villa Ada, non pochi anni fa ).
Semplice. Tutto qui.


 






La band si è formata ad Oklahoma nei lontani anni 80 e, oltre ad essere tra le mie preferite, si è sempre connotata per... diciamo, originalità. E genialità. E capacità di innovarsi e sperimentare. 

E con questo album, i TFL non fanno eccezione!
 
Abbandonati i toni allegri, gioiosi e strambi di Yoshimi Battles The Pink Robots, le demenziali, divertenti e assurde esperienze pop e psichedeliche di At War With The Mystics e di Embryonic (dischi magistrali e stra-consigliati!), i Nostri decidono di affrontare il terrore del vuoto, horror vacui : geniale!
E' il terrore per la vita da vivere senza amore  come Wayne Coyne, frontman e cantante del gruppo, ci dice espressamente descrivendo alla stampa i concetti dell'album : "Vogliamo, o abbiamo voluto, credere che senza amore saremmo scomparsi, che l'amore, in qualche modo, ci avrebbe salvato ,che, sì, se abbiamo l'amore, diamo l’amore e conosciamo l'amore, saremmo veramente vivi e che se non c'è amore, non ci sarebbe vita. Il terrore è, lo sappiamo ora, che anche senza l'amore, la vita va avanti ... dobbiamo solo andare avanti ... non c'è eutanasia".

Assai indicativi di questa concezione esistenziale, sono anche i seguenti versi tratti dal brano The Terror : "I turn to face the sun, we are still standing alone | At last we'll stand by the terror, it helps us take the controls" che esprimono bene il significato di questo nuovo capitolo nella lunga saga discografia dei The Flaming Lips.
 
Se mai sonorità possono dirsi espressioniste e trasmettere un senso di angoscia e di vuoto e, appunto di terrore, queste sono quelle psichedeliche di The Terror , che si apre con le distorsioni acide e il ritmo sostenuto e cupo di Look The Sun Is Rising e si chiude con Always There...In Our Hearts, brano pure connotato dalle stesse tonalità , esprimendo tutto il pessimismo esistenziale : il terrore nel dover vivere senza amore.

 

 
 
 
 

Il sapiente uso del sinth e gli effetti elettronici, la voce suadente di Wayne e le distorsioni acide della chitarra ( come nella lunga e bellissima cavalcata lisergica che è You Lust con la partecipazione di Phantogram ) si intersecano con un ritmo quasi sempre cupo e ossessivo (Try To Explain, You Are Alone, Sun Blows Up Today, e altre) e con frequenti e ripetitivi effetti elettronici (su tutte Look The Sun Is Rising caratterizzata da campionamenti ed eco). Insomma, la psichedelia acida di The Terror diventa un lungo flusso di coscienza e crea un'atmosfera spaziale portatrice, non di gioia e amore, ma di un freddo siderale che avvolge l'anima.


La bellissima Butterfly, How Long It Takes to Die  ("You can see the universe is ending |Making love darker than the night"), era presente nel precedente e folle lavoro dei TFL del 2011 denominato "Strobo Trip", una produzione di 6 ore di musica continua e senza interruzioni....
 
Ve l'ho detto che loro sono i più grandi!

Infine, è interessante notare che una cover di All You Need Is Love (Lennon-McCartney) è presente solo nel mini CD bonus dell'edizione UK dell'album; la musica qui assume toni chiari e rilassanti, lasciando quindi aperta una porta alla speranza del valore salvifico dell'amore.
 
Con The Terror, la psichedelia dei The Flaming Lips accresce le tonalità acide e cupe e sembra incontrare – su tutte, You Lust  - le ultime produzioni post-rock dei Mogwai  (ad esempio, si consideri la loro stupenda soundtrack della serie francese Les Revenantes ) e le sonorità elettroniche degli ultimi Radiohead.
 
 
Per rappresentarvi le emozioni scatenate in me da questo album, immaginate un'ambiente cupo come una fredda mattina di pioggia. Immaginate coltri di nubi nere a tratti, improvvisamente, illuminate dai lampi. E il rosso degli stop della macchine che risplende sull'asfalto bagnato. Così, per darvi un'idea.




In conclusione, The Terror è senz'altro un bell'album (anche se io preferisco i già citati precedenti) e se decidete di ascoltarlo e calarvi una dose di LSD, sappiate che il vostro viaggio potrà finire in un incubo in cui la speranza non è contemplata!
 
 
 
 







venerdì 19 dicembre 2014

Luc & Lucy... C'era una volta Besson.


Lucy, studentessa che vive a Taiwan, si trova costretta a consegnare una valigetta dal contenuto misterioso a un criminale coreano, Mr. Kang. Costui sequestra la ragazza e le fa inserire nel corpo uno dei pacchetti ricevuti che contiene una sostanza di cui dovrebbe essere la passiva trasportatrice. Ma così non è perché il pacchetto si rompe e il prodotto chimico viene assorbito dal suo corpo sviluppando progressivamente una capacità di conoscenza e di potere inimmaginabili...




















C'era una volta Besson. Il Besson autore geniale di cult come Nikita e Leon. L'autore che si era spinto, dignitosamente, nella fantascienza alla Philp K. Dick de Il Quinto Elemento.
Quel regista, ahimé, non c'è più. 
Nel 1999 con Giovanna d'Arco, kolossal larger than life, non fece quel salto di qualità che avrebbe voluto e dovuto fare.
Rotto il sodalizio artistico e amoroso con Milla Jovovich credo che Besson non si sia più ripreso.
Si è perso nelle produzioni di cartoni animati e di film abbastanza inutili (nonchè in sceneggiature come la serie Taxxi che avrebbe potuto risparmiarci).
Stavolta, però, mi aspettavo molto (ma non troppo) da Lucy avendo letto giudizi abbastanza lusinghieri.
Confidavo in una trama che aveva un ottimo punto di partenza: cosa succederebbe se un uomo riuscisse ad utilizzare il 100% dell'attività cerebrale?

Secondo Besson ci trasformeremmo in un mix tra macchine da guerra alla terminator e super eroi alla X-Men senza dimenticare una capacità cognitiva milioni di volte maggiore rispetto a un supercomputer della nasa.
Si vabbè. 
La prima domanda che mi sono posto quando ho spento il televisore è stata: "Luc cosa hai assunto prima di scrivere questo film?".
In una misera ora e mezza di film (compresi i titoli di coda) ha concentrato un frullatone di botte, sparatorie ed esplosioni per una trama inconsistente e spudoratamente pretestuosa.
Sa tutto di tremendamente forzato, come nella scena iniziale dove Scarlett Johansson deve consegnare una valigetta, dal contenuto segreto, ad un boss della malavita perchè costretta da un amico (amico? lo conosci da una settimana!!).
E poi, ridotta in schiavitù e costretta a trasportare la merce misteriosa all'interno della pancia, picchiata e colpita proprio sull'addome (furbi gli scagnozzi della mala) causando così la fuoriuscita della droga sintetica da contrabbandare.
La protagonista, in questo modo, assume dei poteri estremi e metafisici che la fanno diventare un'assassina modello Nikita con possibilità di manipolazione dell'ambiente e del tempo circostante in stile Matrix.

La vendetta verso Mr. Kang sarà un piatto da servire bello caldo...

E', a parer mio, uno di quei film che ti da un'enorme sensazione di deja vù dall'inizio alla fine perchè pieno di riferimenti e citazioni ormai abusati dai cinecomics e dai film di fantascienza.
Scarlett è sempre bella da vedere ma dovrebbe smettere di fare sempre quella smorfia con le labbra quasi a esprimere quell'innocenza pronta a mutare in ferocia vendicativa.
La preferisco maggiormente quando fa la supereroina per la Marvel nei vestitini attillati della Vedova Nera.
Ottimo ma sfrutttato poco e male Choi Min-Sik nella parte del sanguinario boss Kang. L'attore visto in Old Boy e Lady Vendetta meritava una migliore profondità del suo personaggio.
Morgan Freeman non pervenuto. Ormai partecipa a tutti i film come nome di richiamo anche se ha due pagine di copione (vedere Transcendence). Cari miei, bisogna anche pagare l'università ai nipoti.
Besson, infine, sembra proprio svuotato di quella creatività che lo aveva fatto imporre al grande pubblico più di venti anni fa.
Se non fosse per l'inseguimento a Parigi stenterei anche a credere che il film sia suo. E' una bocciatura parziale perchè l'analisi sul tempo e sulle possibilità ancora inesplorate delle funzionalità cerebrali potevano rappresentare davvero un ottimo punto di partenza che, però, è stato sfruttato male e in modo superficiale.
In definitiva, se volete vedere una storia che vi impegni poco questo è il film che fa per voi. Non vi aspettate un capolavoro, prendetelo come novanta di minuti di svago estremo.

P.s. Un consiglio: per guardare il film munitevi di pop corn o patatine per sopperire alla eventuale monotonia del film. Non preoccupatevi del rumore di sottofondo del cibo sgranocchiato perchè non è necessario l'ascolto attento dei dialoghi.





lunedì 1 dicembre 2014

The Black Keys VS These New Puritans

Bella sfida, indubbiamente.
Ma cosa hanno in comune - vi starete chiedendo - questi due gruppi, gli inglesi These New Puritans (TNPS) e gli statunitensi The Black Keys? Niente, assolutamente niente!
L'ultimo album dei The Black Keys, intitolato "Turn blue" del 2014 ci propone la (classica) ricetta di questa band, a base di indie-rock con venature blues, sincero e orecchiabile, senza pretese e con richiami alla tradizione brit-pop, Fever su tutte (che sembra un singolo scritto dai Franz Ferdinand). 
Insomma, niente di nuovo, non è una musica che propone, né vorrebbe farlo, un sound rivoluzionario: è musica per la festa, per gente allegra e senza pensieri.
Molti i brani belli e ballabili nella prima parte tra cui, oltre alla già citata Fever, Weight Of Love, mentre la seconda è più piatta. 
Rispetto al precedente, acclamatissimo album, "El Camino" del 2011, si nota un generale calo di tensione e di energia . In Turn blue infatti non ritrovi un brano per lo sballo nel peggior disco-pub di Dublino, musica coinvolgente da cantare sbronzi a squarciagola, abbracciati a nuovi amici (che presto dimenticherai).
Diciamo che, forse, questa volta la musica dei The Black Keys è adatta per la fine della festa, quando gli ultimi, finendo i loro drink, si attardano nel locale che tende a svuotarsi e le ragazze, marcie di alcool e sudore e col trucco sfatto, ancora cercano la scarpa, persa nella  baldoria, sotto i tavoli.






Diversa storia, invece, per quanto riguarda "Field of Reeds" dei TNPS.

Con questo album del 2014,molto apprezzato dalla critica, i TNPS ci propongono una musica altamente raffinata, che potremmo definire - in mancanza di altre definizioni - post-rock con richiami jazzistici, ma che in realtà sembra andare oltre, avvicinandosi al genere "neo-classica", con archi, ottoni, cori, tastiere e interventi elettronici. Queste dei TNPS, sono sonorità poco orecchiabili, difficili da capire e da seguire e possono annoiare; il ritmo non è sostenuto.





Il senso di malinconia e di tristezza che queste sonorità sprigionano invogliano all'ascolto in un ambiente intimista, con una candela accesa, e richiedono il silenzio circostante. Insomma, di certo questa non è "musica per la festa" : al contrario!


  



Con questo disco di avanguardia, i TNPS si rivolgono ad un pubblico ristretto e vanno in controtendenza rispetto al mercato discografico, osando un ulteriore, radicale, evoluzione nella loro produzione musicale e ponendosi fuori dalle logiche mercantilistiche che spesso governano la produzione discografica.


Concludo dicendo che per me, la sfida la vincono i The Black Keys, pur con i limiti sopra evidenziati. Un parere molto personale, il mio. Preferisco la bolgia allegra del discopub di Dublino con un pezzo rock dei The Black Keys alla solitudine intimista e triste che mi ispira la musica dei TNPS.



martedì 25 novembre 2014

Frank: la musica è di chi la ama.
















- "E' roba da pazzi non credi?"
- "Lo so, lo so, ti capisco... ma lascia che ti dica una cosa. Frank, con tutte le sue stravaganze, è senza alcun dubbio il tipo più sano di mente che io abbia incontrato nella mia vita."



Nelle sale cinematografiche dal 13 Novembre, Frank non è solo un ottimo film indipendente che narra le vicende di un gruppo di persone eccentriche. 
Non è solamente la storia di Jon, aspirante musicista e compositore, che fatica a trovare l'ispirazione per il testo definitivo che lo imponga nello show business.
Non è soltanto la storia dei Soronprfbs, band d’avanguardia dal nome impronunciabile e dai modi alquanto inusuali, impegnata a scovare un sound puro e originale per registrare un album.


E', soprattutto, una pellicola che parla dell'energia della musica.
Quell'energia capace di contagiare intere generazioni di uomini che, come Frank, trovano nella dimensione musicale un contesto che li rende impermeabili all'orrore quotidiano che li circonda.
Non dobbiamo farci ingannare dall'enorme testa di cartapesta del leader dei Soronprfbs. Non è grazie ad essa che il protagonista riesce ad interagire con gli altri.


Per Frank comporre e cantare è la sua coperta di Linus, l'unico filtro che mette tra se e gli altri. Non importa che sia un autore di talento o un pessimo musicista. Quella è la sua melodia e non deve spettare agli altri influenzare il suo percorso artistico e creativo.
La verità è che tutti noi vorremmo essere come Frank e, come lui, alla ricerca quotidiana di una via di fuga per inseguire un sogno da realizzare. 
Chi è fortunato, a volte, lo raggiunge.

Il personaggio di Frank è ispirato, liberamente, a Frank Sidebottom, alter ego del musicista e comico britannico Chris Sievey scomparso, a soli 55 anni, nel 2010.
Ci sono richiami forti al sound dei Sigur Ros, e una spruzzata di Radiohead, in questa pellicola eccentrica di Lenny Abrahamson dove un Michael Fassbender è ottimo anche coperto dal testone e Maggie Gyllenhaal brava nell'incarnare la musicista con problemi psichici segretamente innamorata del protagonista.
Domhnall Gleeson e Scott McNairy completano un cast davvero ben assortito e sono sicuro che di questi due se ne parlerà ancora in futuro (McNairy ha già un ruolo nel prossimo blockbuster Batman V Superman).

In definitiva un film da vedere assolutamente per chi ama le storie toccanti e surreali, che ha tutte le carte in regola per diventare un piccolo cult tra gli appassionati della musica rock indie.


domenica 23 novembre 2014

i demoni secondo i The National, ovvero Trouble will find me

"When I walk into a room I do not light it up/ Fuck/ So I stay down with my demons" ("Demons").
Ma chi non ha i propri demoni a perseguitarlo, demoni che abitano dentro la propria anima e da cui perciò non si può fuggire? I The National, i demoni, ce li hanno eccome.

 
In Trouble will find me, album pubblicato nel 2013, i demoni dei The National sono fatti di tinte melanconiche e tonalità scure, di atmosfere angoscianti e claustrofobiche : è una musica fatta per chi pensa di non essere stato amato, per chi ha cercato e mai trovato quell'amore, per chi ha toccato la vetta e ha perso chi amava:

"How completely high was I\ I was off by a thousand miles\ Hit the ceiling, then you fall" ("Heavenfaced").
Nella già citata Demons emergono visioni suggestive, immagini cupe e inquietanti ("In cielo passano delle poiane, Alligatori nelle fogne"), ossimori angoscianti ("la sensazione di affondare di un uomo che sta per spiccare il volo"),  che raccontano l'ansia e l'inquietudine esistenziale di Matt Berninger, cantante e autore dei testi; la sua voce baritonale e il suono stentoreo delle percussioni, insieme all'uso del sinth, - che richiamano alla mente Nick Cave and The Bad Seeds - traducono queste sensazioni e stati d'animo in sonorità revival new wave e post-punk a là Joy Division, il punto di approdo di una evoluzione partita più di 10 anni fa da basi indie-rock e American-roots.


Le parole di Berninger e la sua voce bassa e profonda sembrano entrarci dentro, grattarci l'anima, far emergere qualcosa di più profondo: è una musica che fa sgorgare emozioni.

Così bellissima emozionante e struggente è "I Should Live In Salt", mentre in "Fireproof" è la dolcezza della chitarra acustica che ci accompagna. In "Don't Swallow The Cap" colpisce la ritmica che viene dal fondo del mare dove sta ogni cosa che ama il Nostro Berninger; il ritmo travolgente - ed improvvisi rallentamenti - esce fuori in "Sea Of Love": sembra davvero che l'accoppiata "amore" e "mare" sia una caratteristica di queste canzoni.



L'angoscia emerge poi nella musica, oltre che nel testo, di "I need my girl" che ci parla di una dipendenza sentimentale e pare accompagnata da una batteria lenta, quasi da marcia funebre, con la voce del Nostro, pigra e lenta, e cristalline note di chitarra. In qualche modo simile è "Pink Rabbits", lunga ballata che segue un ritmo lugubre e ripetitivo, un testo che pare diviso in due o tre parti: nella prima una serie di domande (che sembrano retoriche, fatte a se stesso), nella seconda delle risposte.

 
Questo album mi ha colpito : mi piace molto perché è una musica che va ascoltata al buio, una candela accesa e una sigaretta. E un bicchiere di whisky.
Per comprenderla e farla depositare nella nostra anima. Qualcosa verrà fuori.









ps. A proposito di demoni, KATA TON DAIMONA - cioè (vivere) "secondo i propri demoni" - era scritto anche sulla tomba di Jim Douglas Morrison nel cimitero parigino del Père-Lachaise. Così, per ricordarvelo.


lunedì 17 novembre 2014

Ritmo tribale


- "Walter, che cosa faresti se non insegnassi?"
- "Non lo so."
- "Trovo eccitante non saperlo".


Walter Vale, professore universitario di Economia, vedovo da cinque anni, vive una vita monotona in una cittadina del Connecticut. Quando Walter, contro voglia, accetta di sostituire un collega a una conferenza a New York City, scopre con sorpresa che il suo appartamento, da tempo disabitato, è stato affittato con un imbroglio a una giovane coppia, il siriano Tarek e l’africana Zainab. Dopo un primo momento di sconcerto Walter decide di farli restare finché non si siano trovati un altro posto...

Ho deciso in questi giorni di rivedermi "L'ospite inatteso" dopo aver sentito l'ennesima notizie di scontri tra clandestini e polizia ed episodi di violenza da parte di alcuni nomadi. Avevo voglia di una storia che parlasse di legami tra culture diverse.
La contrapposizione tra vite differenti che si incontrano e, dolorosamente, separano. Come quella di Walter, fatta di monotona routine lavorativa, e quelle di Tarek e Zainab, due immigrati irregolari, che vivono alla giornata suonando nei locali e vendendo bracciali fatti a mano. Come anche quella di Mouna, madre di Tarek e volontaria artefice del destino del figlio, che fa riaffiorare nel professore una voglia di vita ormai sopita.  
 


Queste vite si intrecciano in una New York ancora ferita dall'attacco alle torri gemelle che vede nello straniero, qualunque esso sia, una minaccia portata alla libertà e al modello di vita americano.
La frase che pronuncia Tarek dal centro di detenzione "Voglio vivere la mia vita, suonare la mia musica. Che cosa c'è di male in questo?" è proprio lo specchio di quella società che vuole ben delineare i confini entro cui uno straniero può muoversi. Superati questi limiti, viene considerato una minaccia alla comunità.
Elemento centrale del film è la musica, come stile di vita, che scandisce le giornate di Tarek attraverso il ritmo delle percussioni e che finisce per affascinare subito Walter, alla ricerca di "melodia" interiore.
Il suono del jambè è presente quasi per tutto il film e diventa quasi un grido di dolore nella commovente scena finale, dove la rabbia e la tristezza di Walter vengono scandite con un ritmo sempre più frenetico.
Bravo il protagonista, Richard Jenkins, nell'interpretare in modo naturale un uomo che, inaspettatamente, riscopre la voglia di relazionarsi con il prossimo attraverso la musica e l'amore. Un attore con un viso "normale" e con una carriera cinematografica e televisiva impressionante.
Troppo sottovalutato rispetto a mostri sacri di Hollywood, che riempiono il botteghino solo per il nome, perchè capace di passare con disinvoltura da commedie a film drammatici, da horror a film d'azione.
Menzione speciale per Danai Gurira, qui al debutto sul grande schermo, che gli appassionati ricorderanno nel serial tv "The Walking Dead" nel ruolo della guerriera Michonne.

P.s. E' un film assolutamente da vedere almeno una volta nella vita.

venerdì 7 novembre 2014

Sono tornati gli Interpol?

In principio fu "Turn On The Bright Lights".

Il primo album degli Interpol, nel lontano 2002, segnò la rinascita nella scena musicale newyorkese del genere dark new-wave e post-punk rieccheggiando, con tonalità oscure, melodie malinconiche e la voce baritonale, cupa e profonda, di Paul Banks, gruppi storici come Joy Division e The Cure; sulla medesima lunghezza d'onda, seppur più luminoso e pop, nel 2004 uscì Antics. Ci innamorammo degli Interpol e tante furono le band pronte a seguire il revival della nuova onda, con maggiore o minore originalità (Editors, White Lies, Crystal Stilts, Crocodile, The National ecc.). Il successivo Our Love To Admire del 2007 mostrò subito le prime crepe e qualche carenza di ispirazione, insomma bello ma non all'altezza dei precedenti. Il quarto album del 2010, intitolato Interpol, vuoi per l'uso smodato dei sintetizzatori vuoi per la mancaza di ispirazione, ha segnato il completo tracollo della band.
Arriviamo al 2014. El Pintor e subito molti gridano al miracolo, "Gli Interpol sono tornati!". Sono tornati.... davvero?
Nel frattempo, il bassista Carlos D. ha lasciato il gruppo che da quartetto si è convertito in un trio (con Paul Banks a suonare, ove occorra, il basso): non si ritrovano quindi i complessi giri di basso che avevano caratterizzato lo stile e le più belle canzoni dei primi album.



Con le prime canzoni All Rage Back Home e My Desire, già mi scende una lacrimuccia di gioia, riascoltare finalmente i potenti riff di chitarra cui Daniel Kessler mi aveva abituato, il ritmo oscuro e talvolta ipnotico della batteria di Fogarino, la voce profonda di Paul Banks.... e avvertire subito qualcosa.... di familiare, di tipicamente "interpol"; questa prima impressione è confermata con i successivi brani Anywhere e Same Town, New Story, introdotti dai soliti riff di chitarra, talvolta accompagnati dal sinth, e che filano veloci e tesi. Nella parte centrale del disco mi è sembrato di avvertire un calo di tensione, ma in realtà My Blue Supreme e Everything Is Wrong sono gran bei pezzi in cui emergono toni cupi e angoscianti. Breaker 1 è molto interessante per l'avvio acustico e il sinth che si inserisce verso la fine.
La parte finale del disco è forse quella meno ispirata, a mio avviso, e in cui sembrano riemergere i difetti - se così si può dire - dell'album precedente: un eccesso nell'uso dei sintetizzatori. Pur nell'oscurità a tratti angosciante in cui ci calano gli Interpol, non apprezzo particolarmente le sonorità elettroniche in Ancient Ways e in Twice As Hard e tipicamente eighties di Tidal Wave, brani più vicini ai New Order che agli Joy Division.
Posso quindi concludere dicendo che sì, sono tornati gli Interpol ... ma gli Interpol di Our Love To Admire rispetto al quale questo album non aggiunge e non toglie nulla: come è stato notato, non c'è stata evoluzione nella loro musica. Se il titolo dell'album El Pintor, anagramma di Interpol, alludesse all'intento della band di dipingere una nuova tela, beh, direi che non ci siamo proprio.


Il disco nel complesso è comunque piuttosto buono e, dovessi dare un voto numerico, direi un 7/10.

I vecchi Interpol, quelli delle tonalità dark, meravigliosamente cupi e profondi - a tratti difficili e malinconici - di Turn On The Bright Lights e di Antics sono ormai passati e non torneranno più.