lunedì 26 gennaio 2015

The Exorcism of Emily Rose


"The Exorcism of Emily Rose"  è un film del 2005 diretto da Scott Derrickson e presentato al festival di Venezia il 1º settembre 2005.


Il film - ispirato alla vicenda di Anneliese Michel accaduta negli anni '70 - tratta della storia dell’esorcismo di Emily Rose, giovane studentessa di umili origini appena ammessa all’università (interpretata dall’ottima Jennifer Leann Carpenter). 
La vicenda viene raccontata tramite flashback nel corso del processo intentato per la morte di Emily nei confronti di Padre Moore (Tom Wilkinson), prete della locale parrocchia chiamato dalla famiglia di Emily ad eseguire l'esorcismo. La storia offre interessanti spunti narrativi (incentrati sul rapporto tra modernità\tradizione, scienza\religione, razionalità\superstizione) che si sviluppano nel corso del processo attraverso perizie mediche e testimonianze. La tesi dell’accusa – sostenuta con argomentazioni mediche e scientifiche -  era infatti ben lontana dalla possessione demoniaca : la giovane Emily Rose sarebbe stata affetta da una particolare forma di “epilessia-psicosi” che Padre Moore avrebbe impedito di curare, portando alla morte la ragazza.


Dopo aver posseduto la ragazza, le “forze del male”, secondo il racconto di Padre Moore, sarebbero ora in qualche modo interessate allo svolgimento di questo processo, manifestandosi più volte presso il suo avvocato difensore (Laura Lineey) e presumibilmente cagionando la morte di uno dei principali testi della difesa. Al termine del dibattimento, ascoltate le arrighe degli avvocati dell'accusa e della difesa, la giuria popolare decide per la condanna di Padre Moore.


Il film è carino e si fa vedere ma non convince fino in fondo. Non si capisce perché le forze del male, la cui presenza e pericolosità viene tanto evocata da Padre Moore nel corso del processo, non si siano manifestate anche nei confronti della giuria, del giudice e dello stesso avvocato dell’accusa. E soprattutto non si capisce perché – tanta la potenza del Maligno! – il processo possa poi effettivamente evolversi, malgrado la condanna, proprio nel senso auspicato dello stesso Padre Moore!
 
Il fallimento di questo film risiede, a mio avviso, nel “buonismo” holliwoodiano che non ha consentito di portare alle logiche conseguenze tutte le interessanti premesse, sapientemente esposte nel corso della narrazione. 






 



Il “Livello di Terrore” è decisamente basso ma il film (con i distinguo di cui sopra) è interessante per la narrazione processuale della vicenda. 


  




Being for the Benefit of Mr. Kite

giovedì 22 gennaio 2015

Parlo anch'io di cinema: Hungry Hearts di Saverio Costanzo


Della serie “Parlo anch’io di cinema”, vi presento “Hungry Hearts” recentissimo lavoro, scritto e diretto dal giovane regista Saverio Costanzo che affronta il tema della famiglia e dell'amore per i figli.










Questo film, con Adam Driver e Alba Rohrwacher, è stato tratto dal libro “Un bambino indaco” di Marco Franzoso ed è uscito in questi giorni nelle sale italiane.  



Ambientato a New York, il film inizia come una romantica storia d’amore tra Jude e Mina per trasformarsi in una vicenda drammatica destinata a concludersi in modo tragico. 
Con la gravidanza e la nascita del bambino, le convinzioni nutrizioniste di Mina, vegetariana - anzi “vegana” – si trasformano gradualmente fino a diventare una vera e propria mania per la purificazione del proprio corpo e per quello del neonato. Mina, dando credito ad una chiromante, si convince che suo figlio sia un "bambino indaco" ossia dotato di tratti e capacità speciali o soprannaturali e questo convincimento, forse, contribuisce ad accentuare la sua mania di purezza : declinando il suo concetto di amore secondo questa ossessione, Mina nutre il bambino in conformità alle teorie vegane ed esclusivamente con le verdure del suo orto, senza consultare medici o pediatri e allo scopo di proteggere il bambino da tutto, dalla luce, dall’inquinamento e da un’alimentazione ritenuta sbagliata.
Jude, che, inizialmente, la segue in questo percorso, decide finalmente di consultare un medico per scoprire che suo figlio è malnutrito e a rischio di rachitismo, se non di più gravi conseguenze. Di fronte alle richieste per una migliore alimentazione del bambino, Jude si sente ripetere dalla moglie “perché non ti fidi di me” e, piano piano, prende consapevolezza delle sue precarie condizioni mentali: in un clima di sospetto reciproco, Jude si vede costretto a nutrire il bambino di nascosto dalla moglie. È a rischio la vita del bambino e Jude, consultati i servizi sociali, decide di portarlo da sua madre (Roberta Maxwell). E qui iniziano i problemi che porteranno al tragico epilogo.



 Le riprese dall’alto e l’utilizzo del grandangolo rendono bene il senso claustrofobico degli ambienti abitati e della vita di coppia, chiusa in se stessa e senza contatto con l’esterno (pure la madre di Jude ne viene esclusa), inquadrature distorte (con il fisheye) che mostrano il senso allucinato della prospettiva di Mina, ormai deformata dall’ossessione. 

L’uso sapiente della telecamera e la recitazione esemplare dei due protagonisti, Adam Driver e Alba Rohrwacher – non a caso vincitori della Coppa Volti per le migliori interpretazioni all'ultima Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia -  non sono però sufficienti a risollevare il film da una lentezza che diventa tanto più opprimente e pesante quanto più angoscianti e drammatiche sono le vicende narrate.



Being for the Benefit of Mr. Kite

lunedì 19 gennaio 2015

Vorrei ma non posso vol. 2


Il 2015 non poteva non aprire con la rubrica del "vorrei ma non posso" all'insegna del genere horror. Abbiamo scelto tre titoli che ci hanno colpito nel bene e nel male: Annabelle di John R. Leonetti, Necropolis di John Erick Dowdle e Liberaci dal male di Scott Derrickson.









La prima pellicola è uno spin off de L'evocazione - The Conjuring, film del 2013, incentrato sulle vicende di Ed e Lorraine Warren, una coppia di ricercatori del paranormale le cui esperienze avevano ispirato già in passato diversi film (Amityville Horror). Sull'onda del successo della pellicola di James Wan è stata realizzata una storia con protagonista la bambola Annabelle, uno degli artefatti più pericolosi rinchiusi nel magazzino dei due "acchiappafantasmi".
Le premesse per qualcosa di buono c'erano tutte anche in virtù del fatto che non era stata approfondita la vera origine del pupazzo malefico.
Purtroppo però la trama è abbastanza piatta e i protagonisti sembrano subire passivamente (troppo passivamente, come il marito) l'evolversi degli eventi malefici che si accaniscono sulla famiglia. Il terrore e l'angoscia sono dosate col contagoccie in un film che non decolla mai. La paura che il male si impadronisca di un'anima innocente e candida di un neonato è un tema super sfruttato e non aggiunge nulla di nuovo in un panorama cinematografico ormai saturo nel genere. 
C'è da confidare nel futuro The Conjuring 2 per ritornare a raccontare una storia di pura "paura".

LIVELLO DI TERRORE: 2/5 



Necropolis - La città dei morti vede protagonista Scarlett, un'archeologa che, seguendo le orme paterne, è in cerca della pietra filosofale.
In Iran scoprire un antico artefatto che contiene la chiave per arrivare al suo obiettivo, consentendole di identificare con buona precisione una stanza segreta all'interno dei labirinti di catacombe che si trovano sotto Parigi. La spedizione, che conta anche un gruppo di esperti dei cunicoli sotterranei, la porterà ad intraprendere un viaggio che non prevede un ritorno. 



Con The Blair Witch Project la tecnica del "found footage" esplose al cinema creando un fenomeno di culto senza precedenti. In tempi recenti, Paranormal Activity ha alzato sensibilmente l'asticella verso un genere ancora più angosciante.
Purtroppo però, come spesso succede ad Hollywood, le idee sono cominciate a scarseggiare e hanno iniziato a proliferare tutte le sottotrame e gli eventuali sequel e spin off che hanno impoverito il filone, ormai sempre più vecchio e quasi parodia di se stesso.
Necropolis ne è un esempio perfetto. Ha l'ambizione di essere un horror claustrofobico con elementi soprannaturali che però alla fine si rivela una banale parodia di Tomb Raider dove, per giunta, la Lara Croft de noantri mette egoisticamente a repentaglio la vita degli altri per i suoi fini. 
I coprotagonisti periscono uno a uno per colpa sua senza che lei sia minimanete sfiorata dai mostri del film. Un personaggio talmente odioso che ho sperato fino alla fine che morisse.
Quando vedo questi film mi rendo conto che non basta avere una telecamera a costo zero per realizzare una buona storia.
Lo script è abbastanza indegno, sembra quasi creato in una sessione di brainstorming dove ogni sceneggiatore aggiungeva la propria idea a casaccio nella scrittura del copione.
Da vedere solo come ultima ipotesi di horror usa e getta.

LIVELLO DI TERRORE: 1/5 (e siamo generosi).




Ultimo film visto è Liberaci dal male di Scott Derrickson, specialista dell'horror di buona fattura. Suo l'ottimo Sinister del 2012.
La pellicola è ispirata a eventi realmente accaduti, raccontati nel libro Beware the Night scritto dal poliziotto newyorkese
Ralph Sarchie.
La storia ha inizio nell'Iraq del 2010 dove tre soldati in missione scoprono, in una grotta, qualcosa di strano.
Ci ritroviamo, poi, nella New York del 2013 dove il detective Ralph Sarchie con la sua squadra si trova a rispondere, nel corso della notte, a diverse richieste d'intervento che sembrano non avere nessun collegamento tra di loro. Ben presto capirà che gli eventi sono collegati tra di loro e che celano una terribile verità...
Nutrivo grandi aspettative per questo film e solo parzialmente mi ha deluso. Il film nasce con una premessa intrigante e continua su buoni binari di angoscia per un thriller soprannaturale.
Per tutto la durata della storia abbiamo una giusta tensione narrativa con il mostro in fuga dal nostro eroe mentre lascia dietro di se una scia di "male" da seguire.
Il problema nasce nel finale.
Ci  si aspetta chissà quale coup de theatré che risolva gli enigmi e incastri il cattivo ed invece... ma non aggiungo altro per non rivelare il finale.
Senza ombra di dubbio il più bello e il più pauroso dei tre film visti anche perchè il tema trattato e il budget molto più ampio rispetto agli altri due rendeva una pellicola appetibile per i fan incalliti dell'horror.

LIVELLO DI TERRORE: 3/5 


Mr. Beef




giovedì 8 gennaio 2015

Ma che cos’è “Les Revenants”?

Les Revenants (in italiano “fantasmi”) è  la serie televisiva francese, andata in onda nel dicembre 2012 in Francia e due anni dopo in Italia? È il titolo della colonna sonora fatta dalla band scozzese post-rock Mogwai?


Les Revenantes è decisamente entrambe le cose : raramente lo spettatore\ascoltatore avverte la compenetrazione tra immagine e musica come si verifica in questo caso.

Considerando, infatti, l’intensità e la portata evocativa della musica dei Mogwai che ne costituisce la colonna sonora, non potremmo parlare della serie “Les Revenantes” come immagini e storie, senza al contempo considerare la sua musica. Ed è per questo che vorrei affrontare entrambi gli aspetti in questa sintetica recensione.
La serie televisiva racconta appunto “il ritorno” dei morti alle loro famiglie di origine in questo idilliaco paesetto perso nelle Alpi francesi dell’Alta Savoia; non si tratta però di semplici “zombie”, mostri putridi affamati di carne umana, ma proprio delle persone defunte, tanti o pochi anni prima, che ritornano alle loro vite e pretendono di riprendere a viverle a partire dallo stesso momento in cui le hanno lasciate.

La serie si incentra in particolare sulle storie di alcuni di questi personaggi : abbiamo la vicenda di Camille, adolescente morta in un incidente stradale con la sua classe in gita scolastica, che ritrova la sua gemella, Léna, ora maggiorenne; la storia di Victor, un bambino di circa 4 anni dal passato misterioso che non parla e viene accolto da Julie come un figlio.




C'è poi Simon, giovane morto alla vigilia del matrimonio che va a ricercare la fidanzata dell'epoca, Adèle, nel frattempo promessa sposa al poliziotto del paese e madre di una bambina. Il tutto accompagnato da inspiegabili segni, forse oscuri presagi di qualcosa di terribile, come  improvvisi cali di tensione dell'energia elettrica, abbassamento del livello dell’acqua della diga vicino il paese, animali morti affogati, strane ferite o lacerazioni sui corpi dei vivi e dei (non) morti.

L’elaborazione del lutto o, piuttosto, la difficoltà sofferta nel tentativo di farlo, e le vicende personali che stanno dietro la carenza o difficoltà di comunicazione tra i vari personaggi, paiono al centro delle storie delle famiglie raccontate nella serie televisiva.  La tristezza di queste vicende e l’inquietudine generata nello spettatore dall’idea di poter accogliere il defunto e, dopo tanta sofferenza, reinserirlo nella sua vita vengono enfatizzate dalla potenza evocativa della musica dei Mogwai che accompagna e anzi “racconta” le immagini, abbandonando il noise e le chitarre distorte - segno caratteristico del post-rock dei Mogwai - per la dolcezza malinconica dei sinth e degli effetti elettronici. Con riferimento particolare alla soundtrack, evocativi delle atmosfere di inquietudine e di tensione che connotano “il ritorno” dei non-morti paiono brani come Hungry Face (caratterizzato dalla dolce musica iniziale del carillon, facilmente associata ad atmosfere oniriche), Fridge Magic in cui l’uso sinth permette di trasferire inquietanti suoni eterei e dreamy e  l'intensa Portugal. E come non apprezzare le valenze elettroniche di Eagle Tax, eteree anch’esse ma non aliene da vibrante oscurità?


Jaguar poi, con il suo ritmo pulsante e i suoni cupi, esprime l'ansia della fragilità dell'esistenza mentre ai toni più dimessi e quasi elegiaci di Kill Jester , di Whisky Time, di Relative Hysteria si associa un senso di tristezza, di distensione e anche di disagio; This Messiah Needs Watching, su tutte, ben rappresenta le descritte atmosfere e la sensazione destabilizzante connessa ad un passato che (forse) passato del tutto non è.

I bellissimi brani Special N e di Wizard Motor, che si segnalano per la forza del ritmo e delle distorsioni delle chitarre ( con riferimento specifico alla seconda ), richiamano i lavori più propriamente post-rock dei Mogwai. Fuori dal contesto - ma comunque gradevole - la cover del gospel di Washington Phillips What Are They doing In Heaven Taday fatta in stile acustico.
 
Le Revenantes è un grande album dei Mogwai che non è e non può essere considerato una mera soundtrack di una avvincente serie televisiva.  
Esso ha l’intensità e la forza di vivere vita propria rispetto alla serie televisiva di cui, come detto, costituisce comunque un importante se non decisivo fattore.
A me è piaciuto molto e vi consiglio di ascoltarlo con attenzione!


lunedì 22 dicembre 2014

The Flaming Lips : The Terror

 …. una recensione su "The Terror", un album dei The Flaming Lips pubblicato nel lontano Aprile 2013?
E chi sarebbero,poi, questi The Flaming Lips (TFL)?
 
Immagino i vostri dubbi…. la risposta è una sola: i The Flaming Lips sono i più grandi di tutti ( come direbbe un caro amico, fine intenditore di musica con cui andai a vedere uno spaziale concerto dei TFL a Villa Ada, non pochi anni fa ).
Semplice. Tutto qui.


 






La band si è formata ad Oklahoma nei lontani anni 80 e, oltre ad essere tra le mie preferite, si è sempre connotata per... diciamo, originalità. E genialità. E capacità di innovarsi e sperimentare. 

E con questo album, i TFL non fanno eccezione!
 
Abbandonati i toni allegri, gioiosi e strambi di Yoshimi Battles The Pink Robots, le demenziali, divertenti e assurde esperienze pop e psichedeliche di At War With The Mystics e di Embryonic (dischi magistrali e stra-consigliati!), i Nostri decidono di affrontare il terrore del vuoto, horror vacui : geniale!
E' il terrore per la vita da vivere senza amore  come Wayne Coyne, frontman e cantante del gruppo, ci dice espressamente descrivendo alla stampa i concetti dell'album : "Vogliamo, o abbiamo voluto, credere che senza amore saremmo scomparsi, che l'amore, in qualche modo, ci avrebbe salvato ,che, sì, se abbiamo l'amore, diamo l’amore e conosciamo l'amore, saremmo veramente vivi e che se non c'è amore, non ci sarebbe vita. Il terrore è, lo sappiamo ora, che anche senza l'amore, la vita va avanti ... dobbiamo solo andare avanti ... non c'è eutanasia".

Assai indicativi di questa concezione esistenziale, sono anche i seguenti versi tratti dal brano The Terror : "I turn to face the sun, we are still standing alone | At last we'll stand by the terror, it helps us take the controls" che esprimono bene il significato di questo nuovo capitolo nella lunga saga discografia dei The Flaming Lips.
 
Se mai sonorità possono dirsi espressioniste e trasmettere un senso di angoscia e di vuoto e, appunto di terrore, queste sono quelle psichedeliche di The Terror , che si apre con le distorsioni acide e il ritmo sostenuto e cupo di Look The Sun Is Rising e si chiude con Always There...In Our Hearts, brano pure connotato dalle stesse tonalità , esprimendo tutto il pessimismo esistenziale : il terrore nel dover vivere senza amore.

 

 
 
 
 

Il sapiente uso del sinth e gli effetti elettronici, la voce suadente di Wayne e le distorsioni acide della chitarra ( come nella lunga e bellissima cavalcata lisergica che è You Lust con la partecipazione di Phantogram ) si intersecano con un ritmo quasi sempre cupo e ossessivo (Try To Explain, You Are Alone, Sun Blows Up Today, e altre) e con frequenti e ripetitivi effetti elettronici (su tutte Look The Sun Is Rising caratterizzata da campionamenti ed eco). Insomma, la psichedelia acida di The Terror diventa un lungo flusso di coscienza e crea un'atmosfera spaziale portatrice, non di gioia e amore, ma di un freddo siderale che avvolge l'anima.


La bellissima Butterfly, How Long It Takes to Die  ("You can see the universe is ending |Making love darker than the night"), era presente nel precedente e folle lavoro dei TFL del 2011 denominato "Strobo Trip", una produzione di 6 ore di musica continua e senza interruzioni....
 
Ve l'ho detto che loro sono i più grandi!

Infine, è interessante notare che una cover di All You Need Is Love (Lennon-McCartney) è presente solo nel mini CD bonus dell'edizione UK dell'album; la musica qui assume toni chiari e rilassanti, lasciando quindi aperta una porta alla speranza del valore salvifico dell'amore.
 
Con The Terror, la psichedelia dei The Flaming Lips accresce le tonalità acide e cupe e sembra incontrare – su tutte, You Lust  - le ultime produzioni post-rock dei Mogwai  (ad esempio, si consideri la loro stupenda soundtrack della serie francese Les Revenantes ) e le sonorità elettroniche degli ultimi Radiohead.
 
 
Per rappresentarvi le emozioni scatenate in me da questo album, immaginate un'ambiente cupo come una fredda mattina di pioggia. Immaginate coltri di nubi nere a tratti, improvvisamente, illuminate dai lampi. E il rosso degli stop della macchine che risplende sull'asfalto bagnato. Così, per darvi un'idea.




In conclusione, The Terror è senz'altro un bell'album (anche se io preferisco i già citati precedenti) e se decidete di ascoltarlo e calarvi una dose di LSD, sappiate che il vostro viaggio potrà finire in un incubo in cui la speranza non è contemplata!
 
 
 
 







venerdì 19 dicembre 2014

Luc & Lucy... C'era una volta Besson.


Lucy, studentessa che vive a Taiwan, si trova costretta a consegnare una valigetta dal contenuto misterioso a un criminale coreano, Mr. Kang. Costui sequestra la ragazza e le fa inserire nel corpo uno dei pacchetti ricevuti che contiene una sostanza di cui dovrebbe essere la passiva trasportatrice. Ma così non è perché il pacchetto si rompe e il prodotto chimico viene assorbito dal suo corpo sviluppando progressivamente una capacità di conoscenza e di potere inimmaginabili...




















C'era una volta Besson. Il Besson autore geniale di cult come Nikita e Leon. L'autore che si era spinto, dignitosamente, nella fantascienza alla Philp K. Dick de Il Quinto Elemento.
Quel regista, ahimé, non c'è più. 
Nel 1999 con Giovanna d'Arco, kolossal larger than life, non fece quel salto di qualità che avrebbe voluto e dovuto fare.
Rotto il sodalizio artistico e amoroso con Milla Jovovich credo che Besson non si sia più ripreso.
Si è perso nelle produzioni di cartoni animati e di film abbastanza inutili (nonchè in sceneggiature come la serie Taxxi che avrebbe potuto risparmiarci).
Stavolta, però, mi aspettavo molto (ma non troppo) da Lucy avendo letto giudizi abbastanza lusinghieri.
Confidavo in una trama che aveva un ottimo punto di partenza: cosa succederebbe se un uomo riuscisse ad utilizzare il 100% dell'attività cerebrale?

Secondo Besson ci trasformeremmo in un mix tra macchine da guerra alla terminator e super eroi alla X-Men senza dimenticare una capacità cognitiva milioni di volte maggiore rispetto a un supercomputer della nasa.
Si vabbè. 
La prima domanda che mi sono posto quando ho spento il televisore è stata: "Luc cosa hai assunto prima di scrivere questo film?".
In una misera ora e mezza di film (compresi i titoli di coda) ha concentrato un frullatone di botte, sparatorie ed esplosioni per una trama inconsistente e spudoratamente pretestuosa.
Sa tutto di tremendamente forzato, come nella scena iniziale dove Scarlett Johansson deve consegnare una valigetta, dal contenuto segreto, ad un boss della malavita perchè costretta da un amico (amico? lo conosci da una settimana!!).
E poi, ridotta in schiavitù e costretta a trasportare la merce misteriosa all'interno della pancia, picchiata e colpita proprio sull'addome (furbi gli scagnozzi della mala) causando così la fuoriuscita della droga sintetica da contrabbandare.
La protagonista, in questo modo, assume dei poteri estremi e metafisici che la fanno diventare un'assassina modello Nikita con possibilità di manipolazione dell'ambiente e del tempo circostante in stile Matrix.

La vendetta verso Mr. Kang sarà un piatto da servire bello caldo...

E', a parer mio, uno di quei film che ti da un'enorme sensazione di deja vù dall'inizio alla fine perchè pieno di riferimenti e citazioni ormai abusati dai cinecomics e dai film di fantascienza.
Scarlett è sempre bella da vedere ma dovrebbe smettere di fare sempre quella smorfia con le labbra quasi a esprimere quell'innocenza pronta a mutare in ferocia vendicativa.
La preferisco maggiormente quando fa la supereroina per la Marvel nei vestitini attillati della Vedova Nera.
Ottimo ma sfrutttato poco e male Choi Min-Sik nella parte del sanguinario boss Kang. L'attore visto in Old Boy e Lady Vendetta meritava una migliore profondità del suo personaggio.
Morgan Freeman non pervenuto. Ormai partecipa a tutti i film come nome di richiamo anche se ha due pagine di copione (vedere Transcendence). Cari miei, bisogna anche pagare l'università ai nipoti.
Besson, infine, sembra proprio svuotato di quella creatività che lo aveva fatto imporre al grande pubblico più di venti anni fa.
Se non fosse per l'inseguimento a Parigi stenterei anche a credere che il film sia suo. E' una bocciatura parziale perchè l'analisi sul tempo e sulle possibilità ancora inesplorate delle funzionalità cerebrali potevano rappresentare davvero un ottimo punto di partenza che, però, è stato sfruttato male e in modo superficiale.
In definitiva, se volete vedere una storia che vi impegni poco questo è il film che fa per voi. Non vi aspettate un capolavoro, prendetelo come novanta di minuti di svago estremo.

P.s. Un consiglio: per guardare il film munitevi di pop corn o patatine per sopperire alla eventuale monotonia del film. Non preoccupatevi del rumore di sottofondo del cibo sgranocchiato perchè non è necessario l'ascolto attento dei dialoghi.





lunedì 1 dicembre 2014

The Black Keys VS These New Puritans

Bella sfida, indubbiamente.
Ma cosa hanno in comune - vi starete chiedendo - questi due gruppi, gli inglesi These New Puritans (TNPS) e gli statunitensi The Black Keys? Niente, assolutamente niente!
L'ultimo album dei The Black Keys, intitolato "Turn blue" del 2014 ci propone la (classica) ricetta di questa band, a base di indie-rock con venature blues, sincero e orecchiabile, senza pretese e con richiami alla tradizione brit-pop, Fever su tutte (che sembra un singolo scritto dai Franz Ferdinand). 
Insomma, niente di nuovo, non è una musica che propone, né vorrebbe farlo, un sound rivoluzionario: è musica per la festa, per gente allegra e senza pensieri.
Molti i brani belli e ballabili nella prima parte tra cui, oltre alla già citata Fever, Weight Of Love, mentre la seconda è più piatta. 
Rispetto al precedente, acclamatissimo album, "El Camino" del 2011, si nota un generale calo di tensione e di energia . In Turn blue infatti non ritrovi un brano per lo sballo nel peggior disco-pub di Dublino, musica coinvolgente da cantare sbronzi a squarciagola, abbracciati a nuovi amici (che presto dimenticherai).
Diciamo che, forse, questa volta la musica dei The Black Keys è adatta per la fine della festa, quando gli ultimi, finendo i loro drink, si attardano nel locale che tende a svuotarsi e le ragazze, marcie di alcool e sudore e col trucco sfatto, ancora cercano la scarpa, persa nella  baldoria, sotto i tavoli.






Diversa storia, invece, per quanto riguarda "Field of Reeds" dei TNPS.

Con questo album del 2014,molto apprezzato dalla critica, i TNPS ci propongono una musica altamente raffinata, che potremmo definire - in mancanza di altre definizioni - post-rock con richiami jazzistici, ma che in realtà sembra andare oltre, avvicinandosi al genere "neo-classica", con archi, ottoni, cori, tastiere e interventi elettronici. Queste dei TNPS, sono sonorità poco orecchiabili, difficili da capire e da seguire e possono annoiare; il ritmo non è sostenuto.





Il senso di malinconia e di tristezza che queste sonorità sprigionano invogliano all'ascolto in un ambiente intimista, con una candela accesa, e richiedono il silenzio circostante. Insomma, di certo questa non è "musica per la festa" : al contrario!


  



Con questo disco di avanguardia, i TNPS si rivolgono ad un pubblico ristretto e vanno in controtendenza rispetto al mercato discografico, osando un ulteriore, radicale, evoluzione nella loro produzione musicale e ponendosi fuori dalle logiche mercantilistiche che spesso governano la produzione discografica.


Concludo dicendo che per me, la sfida la vincono i The Black Keys, pur con i limiti sopra evidenziati. Un parere molto personale, il mio. Preferisco la bolgia allegra del discopub di Dublino con un pezzo rock dei The Black Keys alla solitudine intimista e triste che mi ispira la musica dei TNPS.