martedì 25 novembre 2014

Frank: la musica è di chi la ama.
















- "E' roba da pazzi non credi?"
- "Lo so, lo so, ti capisco... ma lascia che ti dica una cosa. Frank, con tutte le sue stravaganze, è senza alcun dubbio il tipo più sano di mente che io abbia incontrato nella mia vita."



Nelle sale cinematografiche dal 13 Novembre, Frank non è solo un ottimo film indipendente che narra le vicende di un gruppo di persone eccentriche. 
Non è solamente la storia di Jon, aspirante musicista e compositore, che fatica a trovare l'ispirazione per il testo definitivo che lo imponga nello show business.
Non è soltanto la storia dei Soronprfbs, band d’avanguardia dal nome impronunciabile e dai modi alquanto inusuali, impegnata a scovare un sound puro e originale per registrare un album.


E', soprattutto, una pellicola che parla dell'energia della musica.
Quell'energia capace di contagiare intere generazioni di uomini che, come Frank, trovano nella dimensione musicale un contesto che li rende impermeabili all'orrore quotidiano che li circonda.
Non dobbiamo farci ingannare dall'enorme testa di cartapesta del leader dei Soronprfbs. Non è grazie ad essa che il protagonista riesce ad interagire con gli altri.


Per Frank comporre e cantare è la sua coperta di Linus, l'unico filtro che mette tra se e gli altri. Non importa che sia un autore di talento o un pessimo musicista. Quella è la sua melodia e non deve spettare agli altri influenzare il suo percorso artistico e creativo.
La verità è che tutti noi vorremmo essere come Frank e, come lui, alla ricerca quotidiana di una via di fuga per inseguire un sogno da realizzare. 
Chi è fortunato, a volte, lo raggiunge.

Il personaggio di Frank è ispirato, liberamente, a Frank Sidebottom, alter ego del musicista e comico britannico Chris Sievey scomparso, a soli 55 anni, nel 2010.
Ci sono richiami forti al sound dei Sigur Ros, e una spruzzata di Radiohead, in questa pellicola eccentrica di Lenny Abrahamson dove un Michael Fassbender è ottimo anche coperto dal testone e Maggie Gyllenhaal brava nell'incarnare la musicista con problemi psichici segretamente innamorata del protagonista.
Domhnall Gleeson e Scott McNairy completano un cast davvero ben assortito e sono sicuro che di questi due se ne parlerà ancora in futuro (McNairy ha già un ruolo nel prossimo blockbuster Batman V Superman).

In definitiva un film da vedere assolutamente per chi ama le storie toccanti e surreali, che ha tutte le carte in regola per diventare un piccolo cult tra gli appassionati della musica rock indie.


domenica 23 novembre 2014

i demoni secondo i The National, ovvero Trouble will find me

"When I walk into a room I do not light it up/ Fuck/ So I stay down with my demons" ("Demons").
Ma chi non ha i propri demoni a perseguitarlo, demoni che abitano dentro la propria anima e da cui perciò non si può fuggire? I The National, i demoni, ce li hanno eccome.

 
In Trouble will find me, album pubblicato nel 2013, i demoni dei The National sono fatti di tinte melanconiche e tonalità scure, di atmosfere angoscianti e claustrofobiche : è una musica fatta per chi pensa di non essere stato amato, per chi ha cercato e mai trovato quell'amore, per chi ha toccato la vetta e ha perso chi amava:

"How completely high was I\ I was off by a thousand miles\ Hit the ceiling, then you fall" ("Heavenfaced").
Nella già citata Demons emergono visioni suggestive, immagini cupe e inquietanti ("In cielo passano delle poiane, Alligatori nelle fogne"), ossimori angoscianti ("la sensazione di affondare di un uomo che sta per spiccare il volo"),  che raccontano l'ansia e l'inquietudine esistenziale di Matt Berninger, cantante e autore dei testi; la sua voce baritonale e il suono stentoreo delle percussioni, insieme all'uso del sinth, - che richiamano alla mente Nick Cave and The Bad Seeds - traducono queste sensazioni e stati d'animo in sonorità revival new wave e post-punk a là Joy Division, il punto di approdo di una evoluzione partita più di 10 anni fa da basi indie-rock e American-roots.


Le parole di Berninger e la sua voce bassa e profonda sembrano entrarci dentro, grattarci l'anima, far emergere qualcosa di più profondo: è una musica che fa sgorgare emozioni.

Così bellissima emozionante e struggente è "I Should Live In Salt", mentre in "Fireproof" è la dolcezza della chitarra acustica che ci accompagna. In "Don't Swallow The Cap" colpisce la ritmica che viene dal fondo del mare dove sta ogni cosa che ama il Nostro Berninger; il ritmo travolgente - ed improvvisi rallentamenti - esce fuori in "Sea Of Love": sembra davvero che l'accoppiata "amore" e "mare" sia una caratteristica di queste canzoni.



L'angoscia emerge poi nella musica, oltre che nel testo, di "I need my girl" che ci parla di una dipendenza sentimentale e pare accompagnata da una batteria lenta, quasi da marcia funebre, con la voce del Nostro, pigra e lenta, e cristalline note di chitarra. In qualche modo simile è "Pink Rabbits", lunga ballata che segue un ritmo lugubre e ripetitivo, un testo che pare diviso in due o tre parti: nella prima una serie di domande (che sembrano retoriche, fatte a se stesso), nella seconda delle risposte.

 
Questo album mi ha colpito : mi piace molto perché è una musica che va ascoltata al buio, una candela accesa e una sigaretta. E un bicchiere di whisky.
Per comprenderla e farla depositare nella nostra anima. Qualcosa verrà fuori.









ps. A proposito di demoni, KATA TON DAIMONA - cioè (vivere) "secondo i propri demoni" - era scritto anche sulla tomba di Jim Douglas Morrison nel cimitero parigino del Père-Lachaise. Così, per ricordarvelo.


lunedì 17 novembre 2014

Ritmo tribale


- "Walter, che cosa faresti se non insegnassi?"
- "Non lo so."
- "Trovo eccitante non saperlo".


Walter Vale, professore universitario di Economia, vedovo da cinque anni, vive una vita monotona in una cittadina del Connecticut. Quando Walter, contro voglia, accetta di sostituire un collega a una conferenza a New York City, scopre con sorpresa che il suo appartamento, da tempo disabitato, è stato affittato con un imbroglio a una giovane coppia, il siriano Tarek e l’africana Zainab. Dopo un primo momento di sconcerto Walter decide di farli restare finché non si siano trovati un altro posto...

Ho deciso in questi giorni di rivedermi "L'ospite inatteso" dopo aver sentito l'ennesima notizie di scontri tra clandestini e polizia ed episodi di violenza da parte di alcuni nomadi. Avevo voglia di una storia che parlasse di legami tra culture diverse.
La contrapposizione tra vite differenti che si incontrano e, dolorosamente, separano. Come quella di Walter, fatta di monotona routine lavorativa, e quelle di Tarek e Zainab, due immigrati irregolari, che vivono alla giornata suonando nei locali e vendendo bracciali fatti a mano. Come anche quella di Mouna, madre di Tarek e volontaria artefice del destino del figlio, che fa riaffiorare nel professore una voglia di vita ormai sopita.  
 


Queste vite si intrecciano in una New York ancora ferita dall'attacco alle torri gemelle che vede nello straniero, qualunque esso sia, una minaccia portata alla libertà e al modello di vita americano.
La frase che pronuncia Tarek dal centro di detenzione "Voglio vivere la mia vita, suonare la mia musica. Che cosa c'è di male in questo?" è proprio lo specchio di quella società che vuole ben delineare i confini entro cui uno straniero può muoversi. Superati questi limiti, viene considerato una minaccia alla comunità.
Elemento centrale del film è la musica, come stile di vita, che scandisce le giornate di Tarek attraverso il ritmo delle percussioni e che finisce per affascinare subito Walter, alla ricerca di "melodia" interiore.
Il suono del jambè è presente quasi per tutto il film e diventa quasi un grido di dolore nella commovente scena finale, dove la rabbia e la tristezza di Walter vengono scandite con un ritmo sempre più frenetico.
Bravo il protagonista, Richard Jenkins, nell'interpretare in modo naturale un uomo che, inaspettatamente, riscopre la voglia di relazionarsi con il prossimo attraverso la musica e l'amore. Un attore con un viso "normale" e con una carriera cinematografica e televisiva impressionante.
Troppo sottovalutato rispetto a mostri sacri di Hollywood, che riempiono il botteghino solo per il nome, perchè capace di passare con disinvoltura da commedie a film drammatici, da horror a film d'azione.
Menzione speciale per Danai Gurira, qui al debutto sul grande schermo, che gli appassionati ricorderanno nel serial tv "The Walking Dead" nel ruolo della guerriera Michonne.

P.s. E' un film assolutamente da vedere almeno una volta nella vita.

venerdì 7 novembre 2014

Sono tornati gli Interpol?

In principio fu "Turn On The Bright Lights".

Il primo album degli Interpol, nel lontano 2002, segnò la rinascita nella scena musicale newyorkese del genere dark new-wave e post-punk rieccheggiando, con tonalità oscure, melodie malinconiche e la voce baritonale, cupa e profonda, di Paul Banks, gruppi storici come Joy Division e The Cure; sulla medesima lunghezza d'onda, seppur più luminoso e pop, nel 2004 uscì Antics. Ci innamorammo degli Interpol e tante furono le band pronte a seguire il revival della nuova onda, con maggiore o minore originalità (Editors, White Lies, Crystal Stilts, Crocodile, The National ecc.). Il successivo Our Love To Admire del 2007 mostrò subito le prime crepe e qualche carenza di ispirazione, insomma bello ma non all'altezza dei precedenti. Il quarto album del 2010, intitolato Interpol, vuoi per l'uso smodato dei sintetizzatori vuoi per la mancaza di ispirazione, ha segnato il completo tracollo della band.
Arriviamo al 2014. El Pintor e subito molti gridano al miracolo, "Gli Interpol sono tornati!". Sono tornati.... davvero?
Nel frattempo, il bassista Carlos D. ha lasciato il gruppo che da quartetto si è convertito in un trio (con Paul Banks a suonare, ove occorra, il basso): non si ritrovano quindi i complessi giri di basso che avevano caratterizzato lo stile e le più belle canzoni dei primi album.



Con le prime canzoni All Rage Back Home e My Desire, già mi scende una lacrimuccia di gioia, riascoltare finalmente i potenti riff di chitarra cui Daniel Kessler mi aveva abituato, il ritmo oscuro e talvolta ipnotico della batteria di Fogarino, la voce profonda di Paul Banks.... e avvertire subito qualcosa.... di familiare, di tipicamente "interpol"; questa prima impressione è confermata con i successivi brani Anywhere e Same Town, New Story, introdotti dai soliti riff di chitarra, talvolta accompagnati dal sinth, e che filano veloci e tesi. Nella parte centrale del disco mi è sembrato di avvertire un calo di tensione, ma in realtà My Blue Supreme e Everything Is Wrong sono gran bei pezzi in cui emergono toni cupi e angoscianti. Breaker 1 è molto interessante per l'avvio acustico e il sinth che si inserisce verso la fine.
La parte finale del disco è forse quella meno ispirata, a mio avviso, e in cui sembrano riemergere i difetti - se così si può dire - dell'album precedente: un eccesso nell'uso dei sintetizzatori. Pur nell'oscurità a tratti angosciante in cui ci calano gli Interpol, non apprezzo particolarmente le sonorità elettroniche in Ancient Ways e in Twice As Hard e tipicamente eighties di Tidal Wave, brani più vicini ai New Order che agli Joy Division.
Posso quindi concludere dicendo che sì, sono tornati gli Interpol ... ma gli Interpol di Our Love To Admire rispetto al quale questo album non aggiunge e non toglie nulla: come è stato notato, non c'è stata evoluzione nella loro musica. Se il titolo dell'album El Pintor, anagramma di Interpol, alludesse all'intento della band di dipingere una nuova tela, beh, direi che non ci siamo proprio.


Il disco nel complesso è comunque piuttosto buono e, dovessi dare un voto numerico, direi un 7/10.

I vecchi Interpol, quelli delle tonalità dark, meravigliosamente cupi e profondi - a tratti difficili e malinconici - di Turn On The Bright Lights e di Antics sono ormai passati e non torneranno più.



lunedì 3 novembre 2014

Vorrei ma non posso vol. 1

Oggi inauguriamo la rubrica "vorrei ma non posso" con tre pellicole di fantascienza uscite di recente.
Si tratta di Edge of tomorrow, Transcendence e Godzilla tutti e tre del 2014.


In Edge of tomorrow di Doug Liman, un Tom Cruise, tirato a lucido per l'occasione, è un maggiore che lavora per l'ufficio stampa dell'esercito mondiale nella guerra contro gli alieni atterrati sul nostro pianeta.
Viene inviato sul fronte ma, da buon imboscato, si rifiuta e per questo arrestato e spedito lo stesso a combattere come disertore nel giorno della gigantesca offensiva progettata dall'umanità. 
Incapace di manovrare l'esoscheletro grazie al quale è possibile combattere il nemico, riesce ad  uccidere un alieno rimanendone contaminato dal suo sangue. 
Da quel momento ogni volta che muore si risveglia sempre nello stesso punto, all'inizio di quella giornata da disertore, condannato a ripetere sempre gli stessi eventi.

La trama è questa.
In pratica Starship Troopers (ma anche un rimando ad Alien soprattutto per l'esoscheletro indossato da Cruise) che incontra Ricomincio da capo.
Seguiamo l'evolversi della storia attraverso il miglioramento personale del protagonista con la continua ripetizione delle medesime situazioni.
Degna di nota la protagonista femminile Emily Blunt che in alcuni momenti toglie la scena proprio al "forever young" Cruise.
Nulla di nuovo sia chiaro e mi sento di sconsigliarlo a chi si aspetta un capolavoro del genere fantascientifico ma, tuttavia, per una serata in relax senza troppe pretese si può tranquillamente vedere muniti rigorosamente di pop corn.


Il secondo film che mi è capitato sotto mano è il Godzilla di Gareth Edwards.
Che dire, la storia del film è quasi inesistente ed solo un'enorme scusa per riportare il mitico gigante radioattivo sugli schermi dopo il film del 1998 di Roland Emmerich che aveva almeno il merito di possedere una colonna sonora spettacolare.
Qui l'intento è combinare l'effetto vintage del Godzilla dei film giapponesi con cui siamo cresciuti ad una storia che riprende temi attuali come la paura del nucleare e lo tsunami.
Purtroppo vi è spreco di due attori bravissimi come Juliette Binoche che muore dopo 5 minuti di film e Bryan Cranston (il grande Walter White di Breaking Bad) che schiatta dopo quasi mezz'ora di film.
La cosa ancora più deludente è che poi queste assenze lasciano spazio a due attori come Aaron Taylor-Johnson ed Elizabeth Olsen che non hanno quel carisma per risollevare le sorti di una storia davvero piatta.
Il fatto che lui sia militare e lei, madre premurosa, un'infermiera che lavora nel pronto soccorso di San Francisco fa capire quanto gli sceneggiatori tenessero alla profonda caratterizzazione dei personaggi.
La delusione più grande, però, arriva dai combattimenti tra i mostri. In pratica irrilevanti rispetto alla lunghezza del film e soprattutto quasi da contorno alla storia degli umani.
Sono furbi gli studios di Hollywood a voler tenere nascosta la figura di Godzilla per metà storia quasi a voler creare hype nello spettatore.
Il problema è che, una volta svelato l'arcano, il nostro eroe gigante devasta la città "menando le zampe" con i due nemici senza particolari momenti drammatici.
In definitiva è un film piatto e senza sussulti. L'unica cosa bella da salvare è il momento in cui il nostro eroe emette il famoso fiato atomico con le scaglie dorsali che si illuminano come nell'originale.
Per vederlo non bastano i pop corn, aggiungerei anche una dose massiccia di bibita a base di caffeina. 
P.s. Una curiosità: i due giovani attori che nel film sono coniugi Brody reciteranno ancoa insieme come fratelli Maximoff nel prossimo Avengers: Age of Ultron.

Ultima pellicola che mi è capitata fra le mani è Transcendence di Wally Pfister.
La storia vede Johnny Depp vestire i panni del dottor Will Caster, il più importante ricercatore nel campo dell'intelligenza artificiale, che lavora per creare una macchina che combini la conoscenza globale con l'intera gamma delle emozioni umane.
Per questo viene assassinato da terroristi anti-tecnologici. 
La moglie Evelyn ne carica il cervello in un computer, in modo che Will possa in qualche modo rivivere, con la collaborazione di un suo collega, Max Waters, che però mostra da subito dei dubbi sul procedimento e sulla possibilità di collegarlo alla rete internet. Nel tentativo di salvare Will da un attacco dei terroristi, Evelyn lo connette alla rete permettendogli di comunicare e portare avanti le sue ricerche grazie alla connessione con ogni computer della Terra.
Ma nulla sarà più come prima.

Se con Matrix erano gli umani che fornivano energia e conoscenza alle macchine, in questo film avviene quasi il contrario.
Il dottor Caster, novello Frankenstein tecnologioco che assume forma di enorme supercomputer, utilizza il sapere umano attraverso il collegamento alla rete per fornire una vita migliore e, in certi casi, addirittura la guarigione da malattie e morte.

L'idea di partenza è ottima e la pellicola all'inizio crea quella curiosità che ti fa desiderare di proseguire nella visione.
Ma  il film, purtroppo, prosegue su binari noiosi, lenti e poco avvincenti per una pellicola di fantascienza con velleità intellettuali.
Si vede la mano di Nolan come produttore esecutivo ma Depp non va perchè pare svogliato.
Sembra recitare per tutto il tempo con il freno a mano tirato e quel guizzo, che potrebbe far decollare la storia, ormai riservato solo a Jack Sparrow e ai suoi pirati.

Non nego che, tra i tre film visti, mi aspettassi molto soprattutto da quest'ultimo e, per questo, la prima edizione del premio "vorrei ma non posso" se lo aggiudica proprio Transcendence.