Cinema & Musica

venerdì 31 ottobre 2014

Festival Internazionale del Cinema di Roma : La Spia - A Most Wanted Man

Tratto da Yssa il buono romanzo di John Le Carrè del 2008, La Spia - A Most Wanted Man diretto dal regista e fotografo olandese Anton Corbijn, è stato presentato al Festival Internazionale del Cinema di Roma 2014 quale "Evento Speciale". Il film ti prende alla gola con atmosfere noir e talvolta claustrofobiche, ti tiene incollato alla poltrona in un crescendo di tensione e di ansia senza concedere pause. Fino alla fine.

Ambientato ad Amburgo  dopo gli attentati terroristici del 11 settembre, il film racconta una storia  quanto mai attuale: una vicenda che presenta tante somiglianze con il caso Abu Omar (*) accaduto a Milano nel 2003 e chissà con quanti altri episodi analoghi che non abbiano avuto la ventura di giungere alle cronache giudiziarie o giornalistiche.
Orbene, tornando al film La Spia - A Most Wanted Man, l'agente per la sicurezza nazionale Günther Bachmann (P. Seymour Hoffman) è avvisato dai servizi segreti americani e tedeschi che nel porto di Amburgo è giunto Yssa Karpov, un esule ceceno e potenziale terrorista. Yssa Karpov vuole rifarsi una vita in Germania e, con l'aiuto di una giovane e avvenente avvocato (Rachel McAdams), prende contatto con il banchiere (Willem Dafoe) per recuperare l'eredità paterna. Bachmann, costretto a collaborare con l'agente americano (Robin Wright), vuole smascherare la rete dei terroristi che, tramite istituzioni filantropiche apparentemente benevole, riesce a finanziare gli attentati in medio oriente. In questo gioco, Yssa Karpov finisce con avere, seppur inconsapevolmente, un ruolo centrale.
Nel film possiamo scorgere un primo livello, più generale e potremmo dire "politico", di lettura che riflette il clima di paura e di sospetto reciproco che, specialmente dopo l'11 settembre, attanaglia la comunità occidentale. Appare subito chiaro il rapporto difficile tra servizi di intelligence che, lungi dal collaborare, si ostacolano a vicenda, avendo evidentemente concezioni diverse di quel "rendere il mondo più sicuro" che è il fine apparentemente perseguito. Viene messa in luce le tendenza dei vertici a cercare la facile ribalta, con arresti esclatanti di obiettivi minoritari, invece di perseguire obiettivi di più ampia prospettiva, più difficili ma anche più ambiziosi.


In questo contesto la figura di Günther Bachmann spicca con la sua coerenza  e la sua forza: Bachmann non si accontenta di una soluzione superficiale, vuole mantenere uno spirito critico e discernere il "buono" dal "cattivo" e perseguire quest'ultimo solamente, al di là delle apparenze e dei facili giudizi; non è interessato a prendere "il pesce piccolo" ma col pesce piccolo, lui vuole prendere il barracuda, con il barracuda arrivare allo squalo.... (peccato che i servizi segreti tedeschi e la CIA non siano della stessa idea!).

Il regista indaga su una realtà che va oltre l'apparenza (mass-mediatica) mostrata ai cittadini e svela i giochi di potere, le logiche dietro certe decisioni o anche dietro certi errori, l'ingerenza americana nelle decisioni europee, le violazioni dei diritti in nome della "sicurezza". Ed ecco che mi viene utile il richiamo che avevo fatto all'inizio al caso Abu Omar, vicenda di cui non avremmo mai saputo niente, non fosse stata la magistratura chiamata ad occuparsene : viene così in luce che , nel caso Abu Omar, le autorità italiane si sono piegate, in una complice collaborazione, alle richieste degli americani, contribuendo a perpetrare gravissimi crimini, al di fuori di uno stato di diritto che voglia dirsi tale. E questo tema viene trattato, seppur latamente, nel nostro film : i sequestri, gli interrogatori, le perquisizioni sono effettuati in violazione di qualsiasi regola e legge per un bene superiore, la sicurezza dal terrore; e se nel film può parlarsi di un rispetto sostanziale dei personaggi coinvolti, ciò è meramente dovuto alla "buona" volontà di Bachmann, e non alla logica (perversa) del sistema che, comunque, alla fine preverrà. Inesorabilmente. 
sotto altro profilo, a differenza dei classici film di spionaggio, fatti di agenti muscolosi e invincibili, 007 tombeur des femmes, "La Spia - A Most Wanted Man" ci presenta un racconto ben diverso, più realistico e ci parla della solitudine del lavoro della spia e in particolare di Günther Bachmann.  E' la solitudine dell'agente che è chiamato a gestire una struttura creata per compiere operazioni in violazione alla legge ma formalmente non esistente, a prendere decisioni importanti, ponendosi anche in disaccordo con i politici e i servizi segreti e correndo dei rischi enormi, rischi di pericoli inerarrabili.

E qui l'interpretazione di P. Seymour Hoffmann è magistrale.
La sua voce (che fortuna aver visto il film in lingua originale!) è arrochita dal fumo di decine di sigarette e dal whisky, le battute sarcastiche, il viso stanco, il fisico goffo, sgraziato, di chi non ha casa ma vive in quel garage di Amburgo dove è sita la sede dell'unità antiterrorismo.  Seymour Hoffman ci mostra un Günther Bachmann travagliato, piegato sotto il peso del senso di colpa che si porta dietro (per la morte dei suoi colleghi a Beirut, essendo la sua rete smantellata, si verrà a sapere poi, per un errore degli Americani). Una spia che non ha altro nella vita, se non quel dolore non espresso per tante morti inutili, lacrime trattenute e mai liberate, e quel lavoro fatto di attese, di appostamenti e di vigilanza, di appuntamenti e di contatti costanti con gli informatori, piccole ma fondamentali pedine, che Bachmann deve accarezzare, abbracciare, coccolare come un padre... e convincere  ("non ti ho mai costretto e mai lo farò... è un atto di amore... è un atto di amore..." si rivolge così Bachmann a Jamal, suo informatore e figlio di un noto filantropo arabo, sospettato di finanziare le rete terroristica).

Nell'ultima inquadratura, si vede Seymour Hoffmann di profilo, la sua automobile ferma. L'immagine del viso immobile e della bocca, la mascella decisa, i denti stretti. Poi Bachmann apre lo sportello, esce dall'auto e si allontana. Sempre in silenzio, l'inquadratura della telecamera resta fissa sul parabrezza e sulla strada, ora vuota, per alcuni secondi.
E mentre partiva l'applauso con i titoli di coda, è così che mi sentivo: vuoto.
E il vuoto lasciato da questo grande talento, morto prematuramente, non potrà essere riempito tanto facilmente.

(*) Nel 2003 l'imam di Milano Hassan Mustafa Osama Nasr venne sequestrato dagli agenti della CIA in concorso con i servizi segreti italiani per poi essere trasportato in Egitto e sottoposto a interrogatori e torture; tale sequestro ha interrotto le indagini che erano in corso, da parte della Procura, sullo stesso Nasr per reati di terrorismo.


lunedì 27 ottobre 2014

The Horrors: Luminous (ovvero shoegazing in salsa dance)



Shoegazing ( /ˈʃuːɡeɪzɪŋ / ) : dicesi shoegazing (o shoegaze) (termine che allude alla postura dei chitarristi con lo sguardo rivolto alle scarpe) genere musicale nato nel Regno Unito alle fine degli anni 80 / primi anni 90 caratterizzato da un utilizzo marcato " [...] di effetti per chitarra (perlopiù distorsore e riverbero), anche un forte senso melodico delle parti vocali che, quasi sognanti, mai enfatizzate e spesso trattate come mero strumento supplementare, combinate con il muro di feedback prodotto dalle chitarre [....] " (fonte Wikipedia).



E' chiaro il concetto? Bene, tenetelo a mente mentre ascoltate "Luminous" su YouTube o l'iPod!
Innanzitutto premetto che chi scrive è un fan della prima ora - credo di aver comprato anche il singolo di "Sheena is a parasite" del 2007 che rifaceva il verso al ben più famosa "Sheena Is a Punk Rocker" dei Ramones (1977) - per cui non sarò del tutto obiettivo in questa recensione.


Ma torniamo ai The Horrors e a Luminous.


Formatasi nel 2005, questa band inglese proveniente da Southend-On-Sea ha subito riscosso il successo del pubblico e poi della critica. La band si inserisce, pur non senza influenze di psichedelia, krautrock e shoegazing, nel filone nu-wave e post-punk (non poche volte sono stati accostati agli Joy Division) che vede una interessante rinascita in questo primo decennio del nuovo millennio ; così tanti sono i richiami a generi e gruppi musicali del passato, che The Horrors sono stati criticati come “citazionisti” o revival. In realtà, Faris Badwan e compagni sembrano aver studiato e ben digerito la musica e i generi musicali degli ultimi trenta anni, vantando ora uno stile particolare che realizza una personale sintesi di questi generi.


Sotto il profilo stilistico, il loro ultimo album, significativamente intitolato "Luminous", pur ponendosi sul solco dei precedenti "Primary Colours" (2009) e "Skying" (2011) sembra (ma soltanto parzialmente) abbandonare le più cupe tonalità dei primi per abbracciare più "luminosi" toni danserecci (da cui viene il titolo dell'album) che sembrano chiamare in causa gruppi di fine anni 80 del calibro di Stone Roses, Happy Monday, i Primal Scream di Screamadelica, New Order; il tutto inserito in un complesso tessuto musicale fatto di sintetizzatori, ipnotici giri di basso e chitarre distorte, insomma, un tessuto musicale tipicamente shoegaze che colpisce e impressiona, non senza una certa teatralità, l'ascoltatore in cui viene fuori il carattere dance e psichedelico.


La struttura della canzone presenta spesso una lunga introduzione strumentale - fatta inizialmente di sintetizzatori - che parte da ritmi e toni più blandi e viene rotta dall'improvvisa esplosione delle chitarre distorte (il "muro del suono") e a chiudere il cerchio troviamo spesso una lunga coda, altrettanto strumentale.
Seguono questo schema "Chasing Shadows", "I see you" ( dove particolarmente ipnotico è il ritmo dettato dal basso di Rhys Webb che richiama l’inizio di Baba O' Riley dei The Who ) "So Now You Know", "Jealous Sun". Particolarmente bella è "First Day of Spring" in cui sono le chitarre ad introdurre l’ascoltatore in un viaggio psichedelico, salvo poi passare in secondo piano rispetto ai sinth per chiudere quindi in un finale strumentale maestoso. In "Falling Star" melodia e distorsioni si mescolano in un fluire di effetti acidi e psichedelici e le chitarre si sovrappongono e accompagnano il cantato sognante di Faris Badwan.


In tutto questo, la voce di Faris Badwan, spesso dai toni sognanti, arriva diritta alla nostra psiche provenendo da qualche altro mondo (in ciò sembra evidente la lezione di Ian Curtis) fino a confondersi con i suoni elettronici dei sinth, creando spesso una strana e ipnotica litania (particolarmente evidente, tra le altre, in "So Now You Know" e in “Falling Star").


Tra le canzoni in cui più rileva la vena dance spicca "In And Out of sight" dove il basso marca i toni rendendola ballabile con un certo retrogusto acido e psichedelico.


L'album si chiude con un romantico abbraccio dai toni più pop e melodici, direi quasi dreamy, non sempre convincenti, di "Change your mind", "Mine And Yours", "Sleepwalk", segno tuttavia della crescita anche a livello compositivo dei The Horrors, band che non può più dirsi una promessa della musica British ma una importante affermazione che ha ancora molto da dire.









In conclusione, gran bel disco che non può mancare nel vostro iPod se amate Joy Division, My Bloody Valentine, The Haçienda di Tony Wilson e il BritPop anni 90!



It's wonderful to have them back!




venerdì 24 ottobre 2014

Festival Internazionale del Cinema di Roma: il ritorno del Maestro Miike Takashi


Locandina del film
Che cosa unisce le bambole Daruma e Kokeshi, un enorme gatto Maneki Neto, una Matrioska russa, teste che esplodono e figli di dio.... se non il nuovo, delirante, divertente, demenziale e sanguignolento film di Miike Takashi presentato al Festival Internazionale del Cinema di Roma 2014?

Ebbene sì, cari amici, il vostro Mister Kite è andato a vederlo per farvi questa breve recensione!

Siamo in un liceo giapponese, gli studenti in classe, terrorizzati davanti una bambola Daruma (i tratti deformati a farne un'orribile caricatura), muoiono come mosche ad ogni minimo movimento.
Teste che esplodono, palline rosse (al posto del sangue) a fiumi!
Sul dorso della Daruma c'è scritto "Se premi, è la fine". Uno studente, Shun Takahata, saltando sulle spalle di un altro, vola per tutta la lunghezza della classe e preme il pulsante, giusto un secondo prima scada il tempo concesso!

E' questo l'inizio adrenalitico di As gods will.
Una scena dell'episodio del gatto Maneki Neto
Shun è salvo (solo lui, l'altro studente "esplode"), ma l'orrore non finisce qui : superata una prova, gli studenti sopravvissuti, via via sempre meno, affronteranno le successive  sempre più terribili, ossia demenziali giochi infantili la cui sconfitta è decretata con morti orribili : sfuggire, vestiti da topi, alle grinfie di un enorme e affamatissimo gatto Maneki Neto o venire divorati, fare un giochino infatile con le bambole Kokeshi o il gioco della verità con un orso polare che fa surf , giocare ad una sorta di "mosca cieca" in un castello russo sul mare con tanto di Matrioske. Chi o cosa c'è dietro tutto questo? E' la Volontà di Dio? 

Nelle scuole di tutto il mondo si sta verificando la stessa situazione : 10 milioni di studenti sono morti e dei sopravvissuti non si sa nulla e molti già li chiamano "figli di dio".
La società è sotto shock. Nel frattempo, un enorme cubo bianco compare nei cieli delle principali capitali mondiali: sembrerebbe che gli studenti siano detenuti lì dentro, senza possibilità di fuga; e, per non farci mancare nulla, del tutto inspiegabilmente alcune scene del "gioco" sono trasmesse in enormi disply disposti sulle pareti dei palazzi di Tokio.

In questo film, trasposizione cinematografica del manga Kamisama no Iu Toori di Muneyuki Kaneshiro e Akeji Fujimura, Miike
Takashi parla del materialismo della nostra società e racconta - attraverso una lente deformante e allucinata - le vicende dei giovani studenti giapponesi senza interessi, valori o stimoli la cui vita, nello svolgimento del film, diventa un tragico video game: studenti alcuni annoiati dalla vita (come appunto Shun), altri convinti della legge del più forte, altri ancora con desideri suicidi. 
In ogni situazione raccontata nel film, poi, le normali vicende esistenziali (odio, amore, competizione, collaborazione, conflitto, disprezzo) vengono amplificate e deformate, assumendo i toni grotteschi dell'incubo, come sotto l'effetto di acido andato a male.
Usciti finalmente dal cubo i due  "figli di dio", il film si chiude con un improbabile dubbio esistenziale "(dio esiste?") e lascia aperta la porta ad un sequel.


Per chi non ama il genere "Miike Takashi", di certo non è consigliabile. Ma per gli aficionados come me, è un'altra perla del geniale regista!
Ecco qui i mostri con cui se la dovranno vedere
i nostri studenti
Takashi Miike, geniale e prolifico regista giapponese un po' "fuori dagli schemi" ha ricevuto il Maverick Director Award durante la nona edizione del Festival Internazionale del Film di Roma in occasione della proiezione in prima mondiale del suo nuovo film  As the Gods Will (Kamisama no iutoori ). 










mercoledì 22 ottobre 2014

Una vita straordinaria


La prima volta che andai al cinema fu nel 1982 per vedere quello che, poi, sarebbe divenuto col passare del tempo un successo planetario entrato di diritto nell’olimpo delle pellicole indimenticabili.
Avevo solo 6 anni quando vidi quell’incredibile storia di amicizia tra un bambino e una creatura aliena dal viso dolce e dagli occhioni grandi ed innocenti. 
Ancora oggi non riesco a smettere di pensare al volo di Elliott che, con la sua bmx, attraversava la sagoma della luna sullo sfondo o quella del commovente addio tra i due protagonisti con la frase "io sarò sempre qui" che mi fa piangere ancora a distanza di anni (mentre sto scrivendo ho la pelle d'oca nel ripensare a quella scena).
Posso dire con assoluta certezza che, se oggi sono un cultore di  cinema, lo devo proprio a E.T. – L’extraterrestre. Era la fantascienza di Spielberg, quella che arrivava dritto al cuore degli spettatori con incredibili storie di avventura e di amicizia.
Mi innamorai subito di E.T., l’alieno intelligente ma, a volte, pasticcione. Era talmente reale ai miei occhi che coltivai, per gli anni a seguire, la speranza di poter avvicinare, un giorno, un essere di un altro mondo.
Il suo creatore Carlo Rambaldi, ferrarese trapiantato a Roma, fu anche padre, tra l'altro, di King Kong, Alien e il pupazzo di Profondo Rosso.   
Pensare di ritrovarmi, a 32 anni di distanza, ad assistere alla presentazione del libro sulla sua vita e sulle sue creazioni ha significato, per me, la chiusura di un cerchio.
Il libro “Carlo Rambaldi, una vita straordinaria” (Rubbettino Edizioni) presentato da suo figlio Victor è l’occasione per ripercorrere le tappe più salienti della sua straordinaria carriera cinematografica attraverso aneddoti privati che meglio fanno comprendere il “personaggio” Rambaldi e la sua visione dell’arte.
Nel primo episodio, veniamo a sapere che il geniale creatore non voleva avere quadri appesi ai muri di casa perché contrario alla staticità dei dipinti. L'emozione del movimento e della meccanica di un oggetto per lui erano ineguagliabili.
 
Nel secondo, Victor racconta divertito di quando il padre, al termine delle riprese di Profondo Rosso, ritornò a casa in macchina portando con se il manichino della mummia prodotto appositamente per il film.  Lasciata la vettura al titolare del garage quest’ultimo ebbe quasi un infarto quando, voltandosi per parcheggiare la macchina, si ritrovò all’improvviso la figura di quel pupazzo sul sedile posteriore. 
Qui viene fuori un altro aspetto artistico di Rambaldi. Il gioco, o meglio, l'inganno attuato attraverso l’artificio volto a spiazzare senza preavviso lo spettatore.

Arriva, sul finire, l’aneddoto per me più significativo, quello della creazione di E.t.
Spielberg era in ritardo con le riprese del film e non aveva alcuna idea sulla fisionomia dell'alieno. Chiese a Rambaldi di creare un essere "con un'età indefinita, che non incutesse paura ma ispirasse innocenza e dolcezza". 
Un lavoro non facile per l'artista che, un mese dopo, non aveva trovato ancora la giusta ispirazione.
In soccorso, però, arrivò la sua gatta persiana che diede lo spunto adatto per dare origine al volto dell'extraterrestre. Mentre ascolto rapito le parole di Victor che  narra dettagliatamente la fase di realizzazione del pupazzo già so che, solo per questo aneddoto, sarà valsa la pena di essere presente a questo meraviglioso incontro di cinema. 

Alla serata è intervenuto, come ospite, anche Marco Christian Salvati professionista di effetti speciali ed animatronica che opera nel cinema da moltissimi anni e che vanta collaborazioni con registi di fama internazionale, quali Dario Argento, i Manetti Bros e  Gabriele Albanesi. 
Colpisce la sua emozione nel raccontare come, da bambino, rimase impressionato dalla scena del pupazzo del film Profondo Rosso che, in qualche modo, segnerà il suo destino per sempre.
Capisce, infatti, che da grande vuole creare effetti speciali. Alcuni suoi prototipi elettromeccanici esposti sono davvero notevoli.













Un tuffo al cuore è osservare la riproduzione del bambolotto malefico del film di Argento. Impressionanti sono i meccanismi che simulano la funzionalità di una mano robotica.
E' una gioia per i miei occhi osservare da vicino il concept di un volto umano sfigurato da ferite.
Da come Salvati parla del suo mestiere e quanta cura mette nelle sue opere è chiaro che il lavoro di Rambaldi nel corso del tempo ha ispirato non solo lui ma un intera generazione di giovani artisti della meccatronica pronti a confrontarsi con un cinema, purtroppo, sempre più orientato alla computer grafica.
L'evento si è concluso con le domande dei partecipanti ai due protagonisti della serata in un botta e risposta sulle speranze e le opportunità lavorative future riservate ai maghi degli effetti speciali. L'argomento è appassionante e porterebbe a discuterne fino a notte fonda.


Ritornando a casa ripenso alla serata passata e a quello che, in definitiva, Carlo Rambaldi ha rappresentato per l'industria cinematografica mondiale. Ovvero quel livello di eccellenza che l'Italia ha saputo esportare grazie alla passione e al sacrificio di un uomo visionario.
In un periodo di crisi profonda come questo, il nostro potrà tornare ad essere un paese economicamente e culturalmente importante solo se le persone ricominceranno a sognare e a credere nella possibilità, nel proprio piccolo, di condurre una vita straordinaria.
Un'esistenza fuori dal comune come quella del grande artista italiano che ha lasciato impressa nella memoria di tutti noi un'impronta indelebile del suo immenso lavoro.


(Un ringraziamento speciale a Federica Pacelli per le foto della serata). 




venerdì 17 ottobre 2014

Il dubbio


Il 2 febbraio 2014 si è spento per una overdose di un mix di sostanze stupefacenti, neanche cinquantenne, Philip Seymour Hoffman .
Una notizia sconvolgente che mi ha lasciato davvero molto triste.
Attore cinematografico e teatrale statunitense tra i più versatili, Seymour Hoffman  ha recitato nei ruoli più diversi, sia comici che drammatici.
Mi piace ricordare Seymour Hofmann quanto interpretava Brandt, il maggiordomo del magnate Jeffrey Lebowski ne "Il Grande Lebowski", uno dei miei film preferiti; o quando era lo scrittore Truman Capote, con la sua parlata affettata e in falsetto, in "Truman Capote - A sangue freddo", film che gli valse l'Oscar quale miglior attore protagonista nel 2006 (e che mi indusse poi a leggere il romanzo, in lingua originale per di più!); interpretava Andy, il fratello eroinomane che organizza la rapina nell'oreficeria dei genitori, nel terribile (e bellissimo) "Onora il padre e la madre"del 2007.

Nel film "Il Dubbio" del regista John Patrick Shanley in cui Seymour Hofmann ha un ruolo importante, seppur non protagonista.
Trasposizione cinematografica dell'ononima piéce teatrale scritta dallo stesso regista del film John Patrick Shanley, Il Dubbio è stato candidato all'Oscar 2009 per le interpretazioni di Meryl Streep, Philip Seymour Hoffman e Amy Adams, rispettivamente candidati per miglior attrice protagonista, miglior attore non protagonista e miglior attrice non protagonista.
La storia ha luogo all'interno di un istituto cattolico del Bronx, retto da una rigidissima e temutissima preside, Sorella Aloysius Beauvier (Meryl Streep) nel 1964, un anno dopo la morte del Presidente J.F. Kennedy. Nella scuola viene per la prima volta ammesso uno studente di colore di nome Donald Miller; questi ha dei problemi nell'inserimento e riceve pertanto interesse e preoccupazioni da parte del parroco, Padre Flynn (Philip Seymour Hoffman). Questo interesse, insieme con l'odore di alcool notato nel fiato del ragazzo, fa sorgere in Sorella James, giovane suora ed insegnante del ragazzino (Amy Adams), sospetti circa attenzioni non lecite di Padre Flynn sul ragazzo. Sorella Aloysius, informata di questi sospetti, è convinta che essi siano fondati e otterrà, dopo un intenso scontro verbale con Padre Flynn, l'allontamento del parroco. Solo nell'ultima scena, Sorella Aloysius, sconvolta e in lacrime, pare perdere le sue granitiche certezze, confidando alla giovane Suor James (convinta dell'innocenza del prete e a cui il film è dedicato) il suo dubbio sulla fondatezza delle accuse infamanti rivolte a Padre Flynn, dubbio con il quale dovrà convivere.
Il dubbio che il regista Shanley ci racconta in questo film, in realtà, non è limitato al sospetto di abuso sessuale sul giovane studente ma assume una valenza più generale; ci rappresenta il crollo delle sicurezze della società americana degli anni sessanta, in un periodo cioè in cui grande è il fermento per un cambiamento politico, sociale e culturale: da un lato si è appena chiuso il Concilio Vaticano II in cui sono state accolte alcune istanze di rinnovamento della chiesa e, dall'altro, sono in corso le battaglie contro la segregazione razziale e per i diritti civili della popolazione afroamericana degli Stati Uniti condotte da Martin Luther King. In questa fase di cambiamento della chiesa cattolica, il mondo antico di Sorella Aloysius, rigido e moralista, fatto di regole e punizioni, si contrappone  al nuovo corso rappresentato da Padre Flynn e dai suoi metodi, per alcuni non proprio ortodossi e, appunto, fonte di sospetti. Contrapposizione mostrata anche visivamente, nella bellissima ed esilarante rappresentazione della cena delle suore e di quella tra Padre Flynn e il vescovo.
Dall'altro lato, la società sta cambiando: gli americani di origine afroamericana vogliono diritti e opportunità di crescita sociale ed economica. Come la famiglia di Donald Miller, ansiosa di conquistare quel benessere fino a pochi anni prima riservato esclusivamente ai bianchi e che si presenta ora più accessibile, facendo buoni studi e con un buon curriculum. Accade così che durante un concitato confronto tra Sorella Aloysius Beauvier e la madre di Donald Miller (Viola Davis), venga fuori che il ragazzo è rifiutato e malmenato dal padre per una sospetta omosessualità e che il diploma presso l'istituto cattolico, consentendo al ragazzo l'iscrizione presso un college prestigioso, è così importante per l'ascesa sociale della famiglia Miller da indurre la madre stessa a chiudere gli occhi ("è solo fino a giugno" ripete la signora in lacrime, ad una preside sbigottita) sul sospetto di quanto Sorella Aloysius è convinta possa accadere tra il prete e Donald. 
Davvero un bel film, che tiene sempre desta l'attenzione dello spettatore grazie al ritmo serrato dei dialoghi (come nei due scontri tra Padre Flynn e Sorella Aloysius Beauvier), alla splendida recitazione di Meryl Streep (pur sotto questa cuffietta ottocentesca che ne limita l'espressività) e di un invero assai convincente, e anche a tratti commuovente, Seymour Hoffman.
In una parola, straconsigliato!