giovedì 22 gennaio 2015

Parlo anch'io di cinema: Hungry Hearts di Saverio Costanzo


Della serie “Parlo anch’io di cinema”, vi presento “Hungry Hearts” recentissimo lavoro, scritto e diretto dal giovane regista Saverio Costanzo che affronta il tema della famiglia e dell'amore per i figli.










Questo film, con Adam Driver e Alba Rohrwacher, è stato tratto dal libro “Un bambino indaco” di Marco Franzoso ed è uscito in questi giorni nelle sale italiane.  



Ambientato a New York, il film inizia come una romantica storia d’amore tra Jude e Mina per trasformarsi in una vicenda drammatica destinata a concludersi in modo tragico. 
Con la gravidanza e la nascita del bambino, le convinzioni nutrizioniste di Mina, vegetariana - anzi “vegana” – si trasformano gradualmente fino a diventare una vera e propria mania per la purificazione del proprio corpo e per quello del neonato. Mina, dando credito ad una chiromante, si convince che suo figlio sia un "bambino indaco" ossia dotato di tratti e capacità speciali o soprannaturali e questo convincimento, forse, contribuisce ad accentuare la sua mania di purezza : declinando il suo concetto di amore secondo questa ossessione, Mina nutre il bambino in conformità alle teorie vegane ed esclusivamente con le verdure del suo orto, senza consultare medici o pediatri e allo scopo di proteggere il bambino da tutto, dalla luce, dall’inquinamento e da un’alimentazione ritenuta sbagliata.
Jude, che, inizialmente, la segue in questo percorso, decide finalmente di consultare un medico per scoprire che suo figlio è malnutrito e a rischio di rachitismo, se non di più gravi conseguenze. Di fronte alle richieste per una migliore alimentazione del bambino, Jude si sente ripetere dalla moglie “perché non ti fidi di me” e, piano piano, prende consapevolezza delle sue precarie condizioni mentali: in un clima di sospetto reciproco, Jude si vede costretto a nutrire il bambino di nascosto dalla moglie. È a rischio la vita del bambino e Jude, consultati i servizi sociali, decide di portarlo da sua madre (Roberta Maxwell). E qui iniziano i problemi che porteranno al tragico epilogo.



 Le riprese dall’alto e l’utilizzo del grandangolo rendono bene il senso claustrofobico degli ambienti abitati e della vita di coppia, chiusa in se stessa e senza contatto con l’esterno (pure la madre di Jude ne viene esclusa), inquadrature distorte (con il fisheye) che mostrano il senso allucinato della prospettiva di Mina, ormai deformata dall’ossessione. 

L’uso sapiente della telecamera e la recitazione esemplare dei due protagonisti, Adam Driver e Alba Rohrwacher – non a caso vincitori della Coppa Volti per le migliori interpretazioni all'ultima Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia -  non sono però sufficienti a risollevare il film da una lentezza che diventa tanto più opprimente e pesante quanto più angoscianti e drammatiche sono le vicende narrate.



Being for the Benefit of Mr. Kite

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