Tratto da Yssa il buono romanzo di John Le Carrè del 2008, La Spia - A Most Wanted Man diretto dal regista e fotografo olandese Anton Corbijn, è stato presentato al Festival Internazionale del Cinema di Roma 2014 quale "Evento Speciale". Il film ti prende alla gola con atmosfere noir e talvolta claustrofobiche, ti tiene incollato alla poltrona in un crescendo di tensione e di ansia senza concedere pause. Fino alla fine.
Ambientato ad Amburgo dopo gli attentati terroristici del 11 settembre, il film racconta una storia quanto mai attuale: una vicenda che presenta tante somiglianze con il caso Abu Omar (*) accaduto a Milano nel 2003 e chissà con quanti altri episodi analoghi che non abbiano avuto la ventura di giungere alle cronache giudiziarie o giornalistiche.
Orbene, tornando al film La Spia - A Most Wanted Man, l'agente per la sicurezza nazionale Günther Bachmann (P. Seymour Hoffman) è avvisato dai servizi segreti americani e tedeschi che nel porto di Amburgo è giunto Yssa Karpov, un esule ceceno e potenziale terrorista. Yssa Karpov vuole rifarsi una vita in Germania e, con l'aiuto di una giovane e avvenente avvocato (Rachel McAdams), prende contatto con il banchiere (Willem Dafoe) per recuperare l'eredità paterna. Bachmann, costretto a collaborare con l'agente americano (Robin Wright), vuole smascherare la rete dei terroristi che, tramite istituzioni filantropiche apparentemente benevole, riesce a finanziare gli attentati in medio oriente. In questo gioco, Yssa Karpov finisce con avere, seppur inconsapevolmente, un ruolo centrale.
Nel film possiamo scorgere un primo livello, più generale e potremmo dire "politico", di lettura che riflette il clima di paura e di sospetto reciproco che, specialmente dopo l'11 settembre, attanaglia la comunità occidentale. Appare subito chiaro il rapporto difficile tra servizi di intelligence che, lungi dal collaborare, si ostacolano a vicenda, avendo evidentemente concezioni diverse di quel "rendere il mondo più sicuro" che è il fine apparentemente perseguito. Viene messa in luce le tendenza dei vertici a cercare la facile ribalta, con arresti esclatanti di obiettivi minoritari, invece di perseguire obiettivi di più ampia prospettiva, più difficili ma anche più ambiziosi.
In questo contesto la figura di Günther Bachmann spicca con la sua coerenza e la sua forza: Bachmann non si accontenta di una soluzione superficiale, vuole mantenere uno spirito critico e discernere il "buono" dal "cattivo" e perseguire quest'ultimo solamente, al di là delle apparenze e dei facili giudizi; non è interessato a prendere "il pesce piccolo" ma col pesce piccolo, lui vuole prendere il barracuda, con il barracuda arrivare allo squalo.... (peccato che i servizi segreti tedeschi e la CIA non siano della stessa idea!).
Il regista indaga su una realtà che va oltre l'apparenza (mass-mediatica) mostrata ai cittadini e svela i giochi di potere, le logiche dietro certe decisioni o anche dietro certi errori, l'ingerenza americana nelle decisioni europee, le violazioni dei diritti in nome della "sicurezza". Ed ecco che mi viene utile il richiamo che avevo fatto all'inizio al caso Abu Omar, vicenda di cui non avremmo mai saputo niente, non fosse stata la magistratura chiamata ad occuparsene : viene così in luce che , nel caso Abu Omar, le autorità italiane si sono piegate, in una complice collaborazione, alle richieste degli americani, contribuendo a perpetrare gravissimi crimini, al di fuori di uno stato di diritto che voglia dirsi tale. E questo tema viene trattato, seppur latamente, nel nostro film : i sequestri, gli interrogatori, le perquisizioni sono effettuati in violazione di qualsiasi regola e legge per un bene superiore, la sicurezza dal terrore; e se nel film può parlarsi di un rispetto sostanziale dei personaggi coinvolti, ciò è meramente dovuto alla "buona" volontà di Bachmann, e non alla logica (perversa) del sistema che, comunque, alla fine preverrà. Inesorabilmente.
sotto altro profilo, a differenza dei classici film di spionaggio, fatti di agenti muscolosi e invincibili, 007 tombeur des femmes, "La Spia - A Most Wanted Man" ci presenta un racconto ben diverso, più realistico e ci parla della solitudine del lavoro della spia e in particolare di Günther Bachmann. E' la solitudine dell'agente che è chiamato a gestire una struttura creata per compiere operazioni in violazione alla legge ma formalmente non esistente, a prendere decisioni importanti, ponendosi anche in disaccordo con i politici e i servizi segreti e correndo dei rischi enormi, rischi di pericoli inerarrabili.
E qui l'interpretazione di P. Seymour Hoffmann è magistrale.
La sua voce (che fortuna aver visto il film in lingua originale!) è arrochita dal fumo di decine di sigarette e dal whisky, le battute sarcastiche, il viso stanco, il fisico goffo, sgraziato, di chi non ha casa ma vive in quel garage di Amburgo dove è sita la sede dell'unità antiterrorismo. Seymour Hoffman ci mostra un Günther Bachmann travagliato, piegato sotto il peso del senso di colpa che si porta dietro (per la morte dei suoi colleghi a Beirut, essendo la sua rete smantellata, si verrà a sapere poi, per un errore degli Americani). Una spia che non ha altro nella vita, se non quel dolore non espresso per tante morti inutili, lacrime trattenute e mai liberate, e quel lavoro fatto di attese, di appostamenti e di vigilanza, di appuntamenti e di contatti costanti con gli informatori, piccole ma fondamentali pedine, che Bachmann deve accarezzare, abbracciare, coccolare come un padre... e convincere ("non ti ho mai costretto e mai lo farò... è un atto di amore... è un atto di amore..." si rivolge così Bachmann a Jamal, suo informatore e figlio di un noto filantropo arabo, sospettato di finanziare le rete terroristica).
Nell'ultima inquadratura, si vede Seymour Hoffmann di profilo, la sua automobile ferma. L'immagine del viso immobile e della bocca, la mascella decisa, i denti stretti. Poi Bachmann apre lo sportello, esce dall'auto e si allontana. Sempre in silenzio, l'inquadratura della telecamera resta fissa sul parabrezza e sulla strada, ora vuota, per alcuni secondi.
E mentre partiva l'applauso con i titoli di coda, è così che mi sentivo: vuoto.
E il vuoto lasciato da questo grande talento, morto prematuramente, non potrà essere riempito tanto facilmente.

(*) Nel 2003 l'imam di Milano Hassan Mustafa Osama Nasr venne sequestrato dagli agenti della CIA in concorso con i servizi segreti italiani per poi essere trasportato in Egitto e sottoposto a interrogatori e torture; tale sequestro ha interrotto le indagini che erano in corso, da parte della Procura, sullo stesso Nasr per reati di terrorismo.
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