mercoledì 15 ottobre 2014

"Premiata Ditta Metropolis & figli"

"Hai mai visto Metropolis?"
"No, perché?"
"Fallo, potresti trovare alcuni interessanti spunti sul cinema che tanto ti piace."
Mai consiglio fu più azzeccato.

Prima di raccontarvi il seguito, vorrei premettere che sono uno abituato a divorare enormi quantità di pellicole (no, non è una dieta nuova a base di celluloide) e in un certo senso "assaporarli" fin dall'infanzia quando i miei genitori, mi portarono per la prima volta al cinema.
E' sempre come la prima volta.
Il primo ricordo che ho di quel momento era l'enorme schermo bianco che illuminava una sala piena di poltrone rosse dove decine e decine di teste erano rivolte, con lo sguardo rapito, alle immagini proiettate.  L'impatto cinematografico fu emotivamente così devastante che la passione negli anni a venire mi portò a vedere centinaia e centinaia di film.
Ho visto tutti i generi possibili ed immaginabili anche a rischio di addormentarmi sulla poltrona del cinema o sul divano di casa.
Dalla fantascienza all'horror, dalla commedia al drammatico ma il genere "muto" mi mancava proprio. Purtroppo l'ho sempre associato alla equazione "Corazzata Potemkin = si salvi chi può" e quindi ho sempre evitato la visione di quelli che di solito etichettavo come macigni inguardabili.
Unica eccezione i film di Charlie Chaplin visti, però, con occhi diversi perchè il suo cinema è unico e immenso, con sonoro o senza, e per fortuna l'ho capito con l'avanzare dell'età riscoprendo i grandi classici.
Ma non divaghiamo.
Inserisco il dvd di Metropolis e inizio a guardare con curiosità quello che universalmente è riconosciuto come un capolavoro di inizio secolo scorso, ma anche con il timore di non riuscire a seguire una trama priva di dialoghi accompagnata unicamente dal suono della musica.
Invece succede una cosa bellissima: ad ogni fotogramma non passa attimo che mi viene da esclamare "ma questa scenografia è uguale a" oppure "noooo ma questo personaggio sembra" ...
...e chi sta al mio fianco mi guarda e  sorride perchè nei miei occhi coglie tutto lo stupore di un bambino curioso troppo cresciuto. Contrariamente ai miei pregiudizi, la trama è moderna e veloce e la colonna sonora mi avvolge senza mai annoiarmi per un momento.
Colgo subito l'analogia tra la grande città rappresentata dal regista e quella di Blade Runner (1982) dove macchine volanti sfiorano grattacieli futuristici.
Inoltre, la nuova torre di Babele a livello architettonico mi ricorda all'istante un altro dei miei film preferiti: Ghostbusters (1984).

Ormai la sfida è partita e mi accingo a prestare maggiore attenzione nel cogliere i possibili riferimenti che questo capolavoro mi suggerisce.
E' il 1927, il terrore del nazismo è alle porte e Fritz Lang lancia il suo grido d'allarme contro l'omologazione della razza umana e la conseguente riduzione in schiavitù delle menti. Associo quasi immediatamente ad Equilibrium (2002), la scena dei lavoratori che prendono l'ascensore per gli inferi sotterranei dove, lavorando fino allo stremo delle forze, sono dati "in pasto" alle macchine.
Nelle scene successive, il colpo di fulmine vero e proprio.
Si può notare, nella stanza dei comandi del dittatore, una macchina dove i dati scorrono verticalmente. Il mondo è ridotto ad una serie di formule e, guarda caso, il dejà vu mi riconduce a Matrix (1999).
Il gioco delle citazioni e dei riferimenti potrebbe continuare all'infinito per quanto è notevole la potenza visiva data dal regista austriaco alla pellicola. Lang sforna un capolavoro che non sembra nemmeno di quell'epoca per la modernità degli effetti speciali. 
Il robot clone di Maria ha resistito nel tempo come fonte d'ispirazione per i grandi registi di fantascienza.
E' un riferimento fin troppo evidente quello che fa Lucas nel suo Star Wars (1977), forse un omaggio dell'allievo al maestro morto solo un anno prima.








Credo sia proprio la visione di questo capolavoro che, inconsciamente, mi ha spinto ad iniziare a scrivere di cinema.
Volendo omaggiare, prima di tutto, una pellicola a me semisconosciuta ma necessaria come base di partenza per tutti i film di fantascienza e non, della mia generazione di ragazzo.
Questo post non è un trattato di storia di cinema come non è un'analisi sull'evoluzione dei costumi della società moderna e altre menate del genere.  
E' una dichiarazione che ha un duplice intento.
Un mea culpa, in primis, per aver goduto solamente alla soglia dei 40 anni di un capolavoro incontrastato della cinematografia mondiale che non può mancare nella personale videoteca di chi, come me, ama il cinema visceralmente. 
Non puoi dire di esserti fatto colpire al cuore davvero dalla settima arte se non hai visto almeno una volta Metropolis e, questo, lo affermo senza il pericolo di apparire uno di quei studiosi di cinema intellettuali e snob. 
Inoltre è, cosa più importante, anche un atto di amore verso quel mondo che mi ha fatto sognare sin da bambino, quando ancora non capivo che dietro la magia di quelle pellicole americane diventate poi dei classici senza tempo c'era, innanzitutto, la visione poetica di un regista e sceneggiatore austriaco precursore dei tempi scomparso nel lontanto 1976 ma ancora estremamente attuale.

La storia finisce e spengo il televisore.
Le immagini sono ancora impresse a fuoco nella mia mente e comincio a pensare che tutto quello che ho visto da ragazzo e che mi ha appassionato è nato da lì.  
L'origine delle cose.




mercoledì 8 ottobre 2014

The War on Drugs: Lost in the dream

Un paio di settimane fa, Toscana, Val d'Orcia. Viaggio in macchina: dopo la noiosa e monotona autostrada, una serie di strade provinciali nella bellissima campagna toscana e la musica di "Lost in the Dream", ultima fatica dei The War On Drugs, ad accompagnarmi alla guida. Un musica evocativa di emozioni che ti trasporta nel mondo del sogno e nei panorami senza confini del Wyoming o del Nebraska...

Proseguendo e anzi approfondendo il percorso intrepreso con i precedenti album, in questo ultimo lavoro i TWOD partono da una tradizione musicale indie-folk (WILCO di "A ghost is born"; NEUTRAL MILK HOTEL; ARCADE FIRE) da cui presto divergono con l'uso di sintetizzatori space-rock: i TWOD creano così un'atmosfera onirica in cui le immagini sono sfocate, perdono i contorni precisi, come quei sogni che si ricordano poco, al risveglio e sembrano travalicare nella realtà e viceversa (Lost in the Dream).
Le sonorità lambiscono i confini della psichedelia e del prog (vedasi la splendida apertura strumentale in The Haunting Idle; In Reverse e Burning), acquistando qualche volta una sfumatura quasi new romantic (Suffering, su tutte); dove i riff di chitarra sono ora più squillanti e dreamy ora più rock, diventano più evidenti i richiami eighties (chiamando in causa direttamente i Dire Straits). Ogni tanto fa capolino un certo retrogusto di tinta nu-wave che si percepisce in alcune canzoni di Adam Granduciel (Red Eyes), cantante e front man della band.
Tra le canzoni del disco più interessanti, oltre alla bellissima e già citata "The Haunting Idle", spicca "An ocean between the waves": qui la serrata sezione ritmica e l'uso dei sintetizzatori chiamano in ballo i Joy Division (Trasmission), esprimendo un certo senso di inquietudine esistenziale. E del resto le liriche ci rendono immagini di isolamento e di solitudine, stati d'animo vissuti da Granduciel durante la preparazione del disco: I'm at the darkened hillside / And there's a haze right between the trees/ And I can barely see you / You're like an ocean in between the waves. In "Disappearing" gli effetti space dei sintetizzatori sembrano poi deformare i nostri orizzonti, allargandoli a dismisura e facendoci librare, senza peso, fino a scomparire nel cielo, lontani da tutto e da tutti: Will you wait for the one that disappears? In "Eyes to the wind", ballata in cui sono ancor più chiari i richiami all'indie-folk americano, si avvertono i toni amari e nostalgici della solitudine : Yeah, I'm all alone here / Living in darkness.
In conclusione, ragazzi, io, questo disco dei TWOD, più lo ascolto, piu mi piace! Una canzone piu bella (e diversa) dell'altra! Sicuramente è un disco da ascoltare più volte, lasciandosi corteggiare dall'atmosfera sognante e psichedelica.

mercoledì 1 ottobre 2014

CI SIAMO!

STRADE? DOVE STIAMO ANDANDO NON C'E' BISOGNO DI STRADE”.



Alzi la mano chi non ha mai ripetuto questa battuta, anche solo per una volta, citando un film che è una pietra miliare della filmografia degli anni Ottanta.
Magari per sdrammatizzare una situazione ingarbugliata, come il rimanere bloccati nel traffico cittadino (e a Roma è molto facile), speranzoso di saltare la lunga fila di macchine volando via come succedeva all'eterna Delorean guidata dal mitico “Doc.” Emmett Brown. Oppure trovandoci grottescamente a guidare, grazie all’opzione “percorso più veloce” del navigatore, su una infima stradina di campagna piena di buche e sassi (o meglio crateri e massi) con i nostri più sentiti ringraziamenti ai santi di ogni genere e sorta che farebbero invidia persino al calendario di Frate Indovino. 
Ebbene amici, questa battuta sentita alcuni giorni fa alla fine di un film che è un classico della mia personale cineteca, mi ha dato l’ispirazione per intraprendere questo nuovo progetto insieme ad alcuni folli amici. 
Perché citare la battuta di Ritorno al futuro? Semplicemente perché il sentiero che vogliamo intraprendere è fatto di fantasia, voglia di giocare e di uscire fuori dagli schemi di una vita troppe volte monotona che ci porta a ragionare spesso per comparti stagni.
La voglia di raccontare e raccontarsi all’interno di quello che sono le nostre passioni principali: CINEMA e MUSICA. Raccontare noi stessi attraverso le emozioni che la visione di un film ci ha procurato. Oppure l’energia che una canzone, un album o un gruppo ci ha trasmesso attraverso i suoni che pulsano nella nostra mente, nel cuore e nel corpo.

Il tutto però senza prenderci troppo sul serio perché, in fondo, vogliamo condividere le nostre passioni con leggerezza.

L'entusiasmo di chi rimane incantato e affascinato davanti ad uno schermo mentre le immagini scorrono e raccontano una storia, commedia, dramma o racconto fantastico che sia, dove la trama ti tiene incollato sulla poltrona fino ai titoli di coda. 
E l'amore di chi passerebbe le ore sdraiato sul divano a luci spente ad ascoltare musica che fluttua nella stanza o a ballare al ritmo più sfrenato di un cd che pompa nelle casse. Di chi non ha paura di affrontare ore e ore di fila per stare in piedi ad un concerto del proprio gruppo preferito.

Ed è per questo che il nome del blog è a metà tra citazione ed omaggio ad un film folle e divertente con una colonna sonora davvero notevole, quasi a simboleggiare il connubio indissolubile tra cinema e musica (o sarebbe meglio dire suono) iniziato già agli albori delle prime pellicole girate.
La nostra personale speranza è che le passioni della vita, e quelle affrontate dal blog, riescano a trasportarci almeno per qualche ora fuori dalla realtà, un po' come succede a Jeffrey Lebowski in volo su Los Angeles...



Dopo tutto chi non sognerebbe di vivere come lui tra una partita di bowling, una fumata di marijuana e grandi quantità di White Russian?

Tu che ne pensi Drugo?